martedì 13 settembre 2016

Antica Abbazia Basilica Del Monte - L'Erboristeria Le Antiche Ricette dei Monaci

Dal 2011 si ha la possibilità di acquistare i prodotti naturali del Monastero Santa Maria del Monte comodamente da casa grazie al sito Le Antiche Ricette dei Monaci.
Sin dall'antichità all’interno dei monasteri vi era un monaco designato per la raccolta delle varie erbe officinali e per la loro sapiente e meticolosa lavorazione per arrivare all’importantissimo prodotto finale utilizzato per la salute dei fratelli monaci e per le umili persone dei borghi che non potevano permettersi le cure di un medico.
Queste ricette si sono tramandate per generazioni, e purtroppo in quest’ultimo secolo, causa l’affermarsi della medicina moderna e della diminuzione del numero di monaci nelle congregazioni, solo in alcuni Monasteri vengono prodotti come allora questi importanti e naturali prodotti. La volontà delle Antiche Ricette dei Monaci è di poter offrire a tutti la possibilità di avere a vostra disposizione i migliori prodotti di monasteri italiani, diffondendo l’utilizzo di articoli che sono il frutto di un lavoro fatto con la passione e la cura che ci contraddistingue. L’ambiente incontaminato è il contesto ideale dove i monaci svolgo la loro attività di apicoltura. I mieli prodotti sono quelli delle essenze prevalenti nei boschi: acacia, tiglio, tiglio-castagno, castagno e millefiori. Questa attività è molto legata all’andamento stagionale per cui la produzione è molto variabile di anno in anno, ma la qualità risulta elevata perché le api bottinano in boschi lontani da fonti di inquinamento. Le arnie vengono gestite utilizzando solo prodotti fitosanitari i cui principi si ritrovano in natura, come il timolo, l’acido acetico, l’acido ossalico, in modo da assicurare l’assenza di qualsiasi residuo chimico nel miele. Quindi una piccola produzione ma di qualità.

La produzione di vino da parte dei Monasteri era necessaria per le celebrazioni liturgiche. I monaci vantano un'antica tradizione nella coltivazione della vite e da questa esperienza sono nati grandi vini tutti legati al territorio e del territorio, sempre più apprezzati e ricercati, 
Cesena: L'Abbazia della Madonna del Monte, come è comunemente chiamata, è uno dei segni più caratteristici del paesaggio cesenate.
La mole, il tozzo tamburo senza cupola e l'abside polilobata della chiesa sono visibili quasi da ogni punto della città e della campagna circostante. Meta ogni anno, nel giorno dell'Assunzione (15 agosto), di una tradizionale passeggiata-pellegrinaggio e sede ormai abituale di manifestazioni musicali e culturali, l'abbazia occupa un posto di rilievo nella vita cittadina.  È raggiungibile agevolmente in automobile, attraverso i quartieri residenziali sorti negli ultimi decenni sulle pendici del colle Spaziano ma anche a piedi, seguendo l'antico percorso che collegava il monastero alla porta Santa Maria. La via delle Scalette ha oggi inizio in via San Benedetto, nelle immediate vicinanze del giardino pubblico. Con un tracciato sinuoso e, soprattutto, appartato dal traffico e immerso nel verde, consente di raggiungere la sommità del colle in poche decine di minuti. L'unica fonte storica che faccia cenno alle origini dell'abbazia è la Vita Mauri di Pier Damiani, scritta probabilmente nel periodo fra il 1042 e il 1053. In essa, lo storico fa cenno al luogo di romitaggio scelto da San Mauro sul colle detto "Saltus Spatiani" e alla sua sepoltura in un'arca di pietra nei pressi della chiesetta che egli stesso aveva costruito.
            Non possediamo elementi certi per stabilire l'epoca esatta nella quale San Mauro sarebbe vissuto: essa è oggi collocata fra la metà del IX secolo e la prima metà del X. Pier Damiani racconta che la sepoltura del santo divenne negli anni oggetto di una sempre crescente devozione popolare: la chiesa fu ampliata ed abbellita e, in un periodo presumibilmente compreso fra il 1001 e il 1026, fu fondato il monastero. Già alla metà del secolo il convento poteva contare su vasti possedimenti e, alla fine del Duecento, appare come una delle strutture religiose più ricche della città. Fortificato da Francesco Ordelaffi nel 1356, fu gravemente danneggiato durante la lotta contro le truppe papali del cardinale Albornoz. Nel 1366 Urbano V concedeva indulgenze a chi avesse collaborato alle riparazioni. Nel Quattrocento il convento fu in parte ricostruito e nel secolo successivo si procedette al totale rifacimento della chiesa; i lavori ebbero inizio nel 1548, sotto la direzione di Domenico Garavini da Brisighella. Fino a quell'anno la chiesa ebbe pianta basilicale, a tre navate con pilastri in cotto e abside poligonale.

Nel corso del rifacimento cinquecentesco, le vecchie navate centrale e destra vennero unificate in una più ampia navata centrale, mentre la vecchia navata sinistra fu trasformata in una serie di cappelle. Altre cappelle corrispondenti a queste furono realizzate ex novo a destra. La parte sinistra dell'antica chiesa sopravvive così incorporata nella stuttura esistente: una parte di un antico pilastro in cotto è visibile all'imbocco della scala laterale sinistra che scende alla cripta. Nel 1567 l'architetto bolognese Francesco Terribilia fu incaricato della realizzazione della cupola che, già terminata l'anno successivo, fu poi decorata ad affresco da Francesco Masini con una "Assunzione della Vergine". Probabilmente spetta al Terribilia anche la realizzazione dello scalone nella sua configurazione odierna. Quello realizzato dal Garavini pochi decenni prima, infatti, aveva una rampa centrale che scendeva nella cripta, mentre le due rampe minori laterali salivano al presbiterio. In occasione del Giubileo dell'anno 1600 le cappelle di sinistra vennero dotate di nuovi altari e di pale, e quarant'anni più tardi Giambattista Razzani eseguiva decorazioni ad affresco. Il terremoto del 20 ottobre 1768 danneggiò irreparabilmente la cupola che, demolita, fu sostituita da Pietro Carlo Borboni con un basso catino. Dal 1771 Giuseppe Milani si dedicò alla completa affrescatura del presbiterio. Dal 1777, infine, una totale ristrutturazione del convento fu condotta dall'architetto Giuseppe Brunelli. Il 7 agosto 1797 i sessantasei monaci che la occupavano ricevettero l'ingiunzione di lasciare l'abbazia. Abbandonata per pochi anni, essa fu poi ripristinata e assegnata ai Minori Conventuali. Con la soppressione definitiva del 1810 anche questi monaci dovettero lasciare il convento, che fu posto in vendita nel 1812. L'intero della chiesa è a una navata con quattro cappelle per lato. In alto, sui tre lati, corre il fregio di Gerolamo Longhi che contiene quattordici scene della vita della Vergine alternate a figure di putti, profeti e sibille: terminato nel 1559 fu scialbato nei secoli sucessivi e rimesso in luce solo all'inizio del nostro. Nella prima cappella a destra è stato collocato l'ingresso della chiesa. Nella successiva, "L'Annunciazione" di Bartolomeo Coda, tavola commissionata dai frati ma pagata da Federico da Montefeltro nel 1543.Si tratta dell'unica opera conosciuta che rechi la firma del pittore riminese. Nella terza cappella, "San Mauro risana gli infermi", tela di Francesco Mancini (1704). Nel tondo, una cinquecentesca "Deposizione". Nell'ultima cappella, "La presentazione di Gesù Bambino al Tempio" e "La Purificazione della Vergine", tavola di Francesco Francia dipinta intorno al 1515. Nella cappella corrispondente sul lato sinistro, "La Vergine con Cristo in Pietà", bella opera tarda del Mastelletta (1620-40). Le tre cappelle successive furono dotate di ancone e tele (di assai scarso valore) in occasione del giubileo del 1600. Per lo scalone del Terribilia (originariamente in pietra, rifatto in marmo nel 1914) si sale al presbiterio, dove si conserva il sontuoso coro, splendida opera di intaglio realizzata fra il 1560 e il 1563 dal bresciano Giuseppe Scalvini, poliedrico artista attivo con la sua bottega a Milano, Ravenna e, sembra, in alcuni centri della Germania.

Una conferma del ruolo di primo piano che la basilica ha avuto da secoli nella vita religiosa della città è data dalla straordinaria collezione di ex voto costituita da tavolette dipinte a partire dal Quattrocento che raffigurano, spesso con mano ingenua ma a volte con modi artisticamente apprezzabili, i molti miracoli con i quali la Vergine del Monte esprimeva la sua protezione a Cesena e ai cesenati. Dal presbiterio si passi alla sacrestia dove, assieme a importanti arredi del XVIII secolo, sono esposte alcune opere pittoriche di notevole valore fra le quali vanno ricordate un bel "San Giovanni Evangelista" su tavola, di ambito veneziano trecentesco, la "Presentazione di Gesù al Tempio" di Francesco Menzocchi (1534), la "Sacra Famiglia con i Santi Gioacchino, Maddalena, Gerolamo e Benedetto" di Gaspare Sacchi (1536), firmato, ultima opera nota del pittore imolese, e il "Cristo e la Maddalena al pozzo" di Marcantonio Franceschini. Tornati in chiesa si scenda, per una delle rampe laterali dello scalone, alla cripta, un basso ambiente realizzato sotto il presbiterio, diviso in tre navate da grossi pilastri. In fondo, il venerato sarcofago di Seia Marcellina, di età romana e usato, secondo la tradizione, per contenere le spoglie di San Mauro. Sopra, una croce in pietra del IX secolo. Dalla cripta si passi alla sala capitolare con la bellissima volta a ombrello nelle cui lunette sono dipinti "I dodici Apostoli, San Benedetto, San Mauro e San Placido". Nel tondo al centro della volta, "L'Assunzione della Vergine" e, nella calotta della nicchia che contiene l'altare, "L'Incoronazione della Vergine".  
Storia dell’Abbazia Madonna del Monte di Cesena
Su questo colle un tempo romito e boscoso, secondo il racconto di S. Pier Damiani (Vita Mauri, 1044 ca.-1072), il vescovo Mauro (903-955 ca.) soleva ritirarsi in preghiera. Alla sua morte numerosi miracoli si susseguirono sul luogo della sepoltura, la venerazione popolare crebbe e la piccola celletta da lui costruita venne via via ampliata.
Dopo il 1000 fu edificata una basilica a tre navate e, tra il 1001 e il 1026, venne infine fondato il monastero benedettino. Arricchitosi notevolmente nel corso del ‘200, il complesso accolse nel 1318 la statua della Madonna, proveniente dalla chiesetta di Montereale: una devozione popolare che iniziò presto a manifestarsi con la realizzazione di piccole tavolette votive per grazia ricevuta (ex-voto).
Profanata e fortificata da Francesco degli Ordelaffi, l’abbazia rifiorì sotto i Malatesta e visse il suo “secolo d’oro” nel ‘500, allorché, vero e proprio punto di riferimento della cultura cesenate, accolse numerose personalità e ricevette la visita di diversi pontefici. Tra 1536 e 1548 la chiesa venne ad assumere le forme attuali, secondo un progetto di Domenico Garavini da Brisighella (forse su disegno originario del Bramante). Centro della vita artistica della città, la basilica del Monte vide anche all’opera i migliori pittori attivi nel Cesenate (Scipione Sacco, Girolamo Longhi e Francesco Masini), nonché il giovanissimo Giuseppe dalla Val di Scalve, che tra 1560 e 1562 realizzò lo splendido coro in noce; importanti anche gli interventi di Francesco Morandi detto il Terribilia, cui si devono la cupola (decorata dal Masini tra 1568 e 1571) e l’originale scalone in pietra, e di Alessandro Corsi, autore del monumentale pozzo del chiostro grande (1588). Una serie di eventi nefasti aprì la strada alla crisi del complesso benedettino, che si protrasse per tutto il ‘700, aggravata dal terribile terremoto del 1768, che distrusse la cupola della basilica (ricostruita da Pietro Carlo Borboni, venne poi decorata da Giuseppe Milani (1773-74)). Ma il peggio doveva ancora venire: abbandonata all’arrivo dei Francesi nel 1797, l’abbazia fu posta in vendita (1812) e solo il provvidenziale intervento di Pietro Maria Semprini, che la donò a Pio VII Chiaramonti (1814), la salvò dalla rovina. In gioventù novizio all’abbazia, Pio VII incoronò Madonna e Bambino (1/5/1814) e, all’atto del testamento, destinò l’intero complesso ai monaci; solo nel 1888, però, dopo varie traversie, essi poterono tornare definitivamente al Monte. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, durante la quale accolse numerosi sfollati e subì un devastante bombardamento, l’abbazia vide tra l’altro l’apertura del Laboratorio per il Restauro del Libro Antico. Meta di turisti e pellegrini, il complesso benedettino non ha perso il suo ruolo propulsore per la cultura, segnalandosi per l’organizzazione di concerti di musica classica.
Infine, grazie anche all’alacrità e alla passione della “Società Amici del Monte”, l’Abbazia cerca di guardare al futuro. Recentemente, infatti, sono stati creati due nuovi spazi di grande interesse: un refettorio per comitive, dotato di 80 posti a sedere, e una moderna sala-conferenze (Sala Pio VII) con 100 posti. 
Apprestiamoci ora alla visita di questo monumento di arte e religiosità. Posta sul colle Spaziano (135 m.), l’Abbazia offre, prima ancora di conoscerla all’interno, lo spettacolo del mirabile panorama che si gode dal piazzale antistante, verso le colline e la pianura, fino al mare.
La facciata della basilica, con segni della prima chiesa, è visibile solo dal “chiostro piccolo” (XV sec.), con portico a colonnine e pozzale in ferro del XVII sec., sul quale si affacciano Biblioteca, Laboratorio per il Restauro del Libro Antico ed Erboristeria. Dei tre chiostri originari, rimane anche il cosiddetto “chiostro grande” (XVI sec., poi rifatto nel XVIII  sec.), con pregevole pozzale di Alessandro Corsi (1588) (alcuni studiosi ritengono che l’apparato per l’approvvigionamento dell’acqua piovana sia opera di Leonardo).
L’ingresso, posto sul lato destro, introduce ad un suggestivo interno, che colpisce per l’ampiezza degli spazi, ma anche per il raccolto silenzio. La forma è ad unica ampia navata, con cappelle laterali. In alto, corre il fregio di Girolamo Longhi con 14 scene della Vita della Madonna (1559), venuto alla luce solamente nel 1914 e miracolosamente preservato dal bombardamento del 1944; non così per l’affresco della controfacciata, Mosè si toglie i calzari prima di salire l’Oreb (Garavini, XVI sec.). Nella I cappella destra, pregevole Annunciazione (Bartolomeo Coda, 1543) e Capo di S. Giovanni in tondo. Nella II, S. Mauro risana gli infermi (Francesco Mancini, 1704) e Deposizione (Girolamo Marchesi, XVI sec.) in tondo. La III cappella destra presenta l’opera pittorica di maggiore pregio contenuta in basilica: si tratta de La presentazione di Gesù Bambino al tempio e la purificazione della Vergine, opera del maestro bolognese Francesco Raibolini detto il Francia, 1515); nella lunetta, Deposizione (Girolamo Marchesi, XVI sec.).
Passando alle cappelle a sinistra, la IV presenta varie reliquie, tra cui il corpo di S. Agapo. Nella III cappella, Gloria dei SS. Benedetto e Scolastica (G. B. Barbiani (?), XVII sec.). Segue la cappella con S. Lorenzo (scuola bolognese, XVII sec.); infine, nella I cappella, S. Sebastiano (Vincenzo Ansaloni (?), XVII sec.). Ripercorrendo l’ampia navata verso lo scalone (sul pavimento, simbolo dei Benedettini di Congregazione Cassinese), ci si dirige verso la zona presbiteriale (ai lati delle scale per la cripta, a destra Deposizione di Cristo (Mastelletta, 1634), a sinistra Gesù con la samaritana (Marco Antonio Franceschini, fine XVII sec.).
Salito lo scalone, eccoci di fronte all’altare maggiore. Dietro, il mirabile coro in noce, capolavoro di Giuseppe dalla Val di Scalve detto lo Scalvini (1560-62), e la Madonna Assunta, statua in stucco e legno dipinti (XIII sec. circa) - il Bambino è aggiunta posteriore; le corone sui due capi furono poste da Pio VII (1/5/1814).
L’intero apparato pittorico di questa parte della basilica è opera (1773-74) di Giuseppe Milani: all’inizio degli archi della cupola, Principali virtù cristiane; sui pennacchi, Quattro Evangelisti; nel tamburo, otto Scene dall’Antico Testamento; nella cupola, monumentale Assunzione della Vergine; nel catino dell’abside, Incoronazione della Vergine Maria; del Milani, infine, anche mostra e contromostra dell’organo (di Giovanni Tamburini (1914).
Alcuni dipinti della Cesena antica introducono al deambulatorio dove è conservata parte della preziosissima collezione di ex-voto, tra le più ricche e antiche d’Europa. È antichissima la tradizione di dipingere o fare dipingere a mani più esperte, tavolette votive per grazia ricevuta alla Madonna del Monte; una tradizione iniziata nel ‘400 e che continua ancora oggi, tanto che il numero di ex-voto (704) è destinato ad aumentare. Si tratta delle documentazioni grafiche di intercessioni della Beata Vergine che incontrano la storia, non solo cittadina (un ex-voto raffigura, ad esempio, un crollo nel vecchio Teatro cittadino avvenuto nel 1820, un altro la scampata fucilazione di un uomo al termine della Seconda Guerra Mondiale) oppure, molto più spesso, i piccoli drammi di vita famigliare, quasi sempre rurale o marinara: si va così dalla malattia di un uomo del ‘400, ad una disgrazia nei campi e a uno scampato naufragio del ‘500, fino ad un incidente tra una “Vespa” e una macchina. Veri e propri sguardi su un passato più o meno remoto: molte pagine della storia locale e di quella della basilica (una tavoletta, ad esempio, mostra la sistemazione del presbiterio a metà ‘600) sono state, infatti, scritte grazie alle immagini giunte a noi con questa splendida collezione.
Continuando, sempre nel deambulatorio, ammiriamo tre cappelle, con crocifisso del XIV sec. e statue in terracotta di S. Giuseppe (primo ‘900) e S. Benedetto (Leopoldo Lucchi, 1987). Un ampio vano, con esposti gli ex-voto più antichi (XV sec.) introduce alla sacrestia (XIV sec.), con mobili del ‘700 e ciclo di affreschi di Giovanni Cappelli (1946); alle pareti, S. Giovanni Evangelista (Lorenzo Veneziano?, 1370 ca.), Presentazione al tempio (Francesco Menzocchi, 1534) e La Sacra Famiglia e Santi (Gaspare Sacchi, 1536). La cripta, cui si accede attraverso cancelli in ferro battuto (opera novecentesca di fra’ Pio Nobilione), presenta, in un ambiente austero e raccolto, un sarcofago romano del I sec. (antica sepoltura di S. Mauro, oggi collocata presso la Cattedrale) e una croce in pietra del IX sec. La sala capitolare (XVI sec.) presenta affreschi nelle lunette, tra cui un’Assunzione ed Incoronazione della Beata Vergine (Girolamo Marchesi, XVII sec.). Il refettorio (XX sec.), infine, con soffitto a cassettoni e dipinti con scene del Nuovo Testamento.
Venendo ora ai suggestivi ambienti della tradizione monastica, un primo accenno meritano la Biblioteca e del Laboratorio per il Restauro del Libro Antico, dove i pochi monaci rimasti in Abbazia portano avanti la tradizione di operosità conforme alla Regola benedettina. In particolare, il Laboratorio svolge un lavoro fondamentale per la conservazione del patrimonio librario. L’Erboristeria, poi, è un vero e proprio punto di transito obbligato. Posta sotto il suggestivo porticato del “chiostro piccolo”, offre ai visitatori la possibilità di soddisfare le più svariate esigenze: il turista desideroso di approfondire la conoscenza della basilica e del monastero, può acquistare guide e libri; chi, invece, preferisce nutrire il proprio corpo, non ha altro che l’imbarazzo della scelta tra i liquori della tradizione benedettina (utili per lenire numerosi fastidi), le caramelle balsamiche, i diversi tipi di miele, gli infusi, i vini delle nostre colline; infine, numerosissimi i ricordini, di ogni tipo e formato: tra questi, particolare venerazione hanno le immaginette della Madonna del Monte.


Dove mangiare vicino l’Abbazia Madonna del Monte di Cesena

(gli appunti veloci di palatoanarchico PalatoAnarchicoSignorg)

Il Cucinario –  Via Boccaquattro 4, Cesena – fascia di prezzo media -

Il Cucinario è un locale situato nel centro di Cesena, a pochi passi dalla Biblioteca Malatestiana. Anna e il suo staff saranno lieti di preparare per voi piatti a base di carne e di pesce, tipici della tradizione culinaria delle regioni Emilia Romagna e Campania. Grazie alla collaborazione di artisti e artigiani locali il locale ospita per tutto l'anno mostre di opere d'arte e foto, angoli letterari ed esposizioni di manufatti artigianali. Sapori, forme, colori e nuove idee prendono vita al Cucinario.






Osteria – Michiletta - via Strinati 41, Cesena – fascia di prezzo media –

L'Osteria Michiletta, situata nel centro della città tra il Duomo e piazza del Popolo, è un ambiente di una volta, con rustico bancone da osteria all'entrata e salette dall'arredo spartano ma accogliente, dotato anche di un bel giardino all'interno di un piccolo cortile in cui mangiare d'estate. La cucina è regionale, tipica locale, con piatti della tradizione rivisitati con fantasia, utilizzando molte verdure, erbe di stagione e spezie orientali. Il Ristorante Osteria Michiletta di Cesena dispone inoltre di una buona cantina vini con selezione curata delle etichette locali. Complessivamente offre la disponibilità di 80 coperti.

Ristorante Piccolissimo – Corso Ubaldo Comandini 121 – Cesena -


Il ristorante Piccolissimo di Cesena si trova nei pressi di Porta Valzania, in un antico palazzo che una volta era designato a stazione di posta. Piccolissimo non significa che non c'è abbastanza spazio; perché qui non ci si affolla e non si aspetta in piedi che qualcuno finisca di mangiare. Piccolissimo è uno luogo pensato per accogliere e trattenere, non per andar di corsa; come se mangiare non richiedesse il suo giusto tempo, la sua giusta cerimonia di parole e risate, commenti e pause. Il Ristorante Piccolissimo di Cesena è un locale che coccola, intimo, che propone un'ottima cucina mediterranea “rivisitata” attraverso piatti a base di prodotti di alta qualità e di stagione che fanno incontri insoliti e che vale la pena di provare. Ma Piccolissimo propone anche la pizza...e allora, direte voi, è anche pizzeria? Forse, ma a noi piace poter dire che questo è un ristorante dalla cucina di alto livello in cui è possibile degustare anche una buona pizza. Provatelo, vale una deviazione.

lunedì 22 agosto 2016

Le Antiche Vie della Bassa Padovana e del Veronese

 

A differenza di quello che si potrebbe immaginare, nel Medioevo le persone si spostavano molto: per lavoro, per commercio e per transumanza di greggi e armenti in cerca di nuovi pascoli, dal momento che, in queste zone, fino a pochi secoli fa, la pastorizia costituiva la principale attività di sostentamento.
Allo stesso modo le persone si spostavano per compiere lunghi pellegrinaggi a piedi non solo verso alcune mete classiche e lungo tracciati ancora oggi molto conosciuti – come Santiago de Compostela o la Via Francigena – ma anche verso Santuari forse meno famosi, ma altrettanto amati dai devoti pellegrini che intraprendevano questi cammini, spesso lunghi e faticosi.
Anche questa antica strada della Bassa Padovana e del Veronese era percorsa da pellegrini provenienti da Venezia e diretti a Santiago de Compostela, che approfittavano dei numerosi Monasteri e Abbazie disseminati lungo questa via, presso i quali era possibile rifocillarsi e riposare. I pellegrini transitavano a piedi passando da Monselice verso l’Abbazia di Carceri, per raggiungere poi il monastero di Santa Margherita d’Ipres ad Altaura, San Salvaro di Urbana e, oltre l’Adige, San Salvaro di San Pietro di Legnago, per poi proseguire verso la bassa Lombardia. Essi percorrevano all’incirca 20 chilometri al giorno e si mantenevano con l’aiuto dei Frati dei monasteri o facendo i giocolieri e i saltimbanchi nelle piazze.


Il Comune di Saletto (Pd) nella rete dei borghi europei del gusto


La sua origine romana è testimoniata dalla presenza, nel territorio, di numerosi reperti archeologici. Il nome deriva dal latino SALICETUM, probabilmente perché la zona presentava una ricca vegetazione di salici. Le prime testimonianze storiche scritte, risalgono all’anno Mille. Due i documenti che riportano il nome di “Saletum”: il primo è un documento di donazione della fine dell’XI secolo, con il quale il marchese Azzo cede dei terreni all’abbazia di Santa Maria della Vangadizza, atto confermato dall’imperatore Enrico IV; il secondo è il testamento del marchese Tancredo, nel quale viene anche nominata la chiesa di San Silvestro. Sulla storia dei secoli successivi non si ha alcuna testimonianza certa, se non un documento, risalente al XV secolo, relativo a una visita pastorale. Tra le opere di architettura religiosa vanno menzionate: la chiesa di S. Silvestro, piccola chiesa in stile romanico, edificata con materiale recuperato da altri monumenti, con l’abside orientato a est e con il campanile inserito nella facciata, e la chiesa di S. Lorenzo, che è la chiesa principale, inizialmente a due navate, ampliata nel XVI secolo, ricostruita nel XVIII secolo e nuovamente ampliata nel XX secolo. Tra le opere architettoniche civili, troviamo: palazzo Pisani-Cioco; l’oratorio di S. Giuseppe, fatto edificare dai conti Briani, nel XVII secolo e, infine, diverse case coloniali tipiche dei secoli XVIII e XIX.

La tradizione culinaria dell'Istria Slovena

Il fascino della nostra zona costiera, questo luogo che si trova al punto più settentrionale del mare Mediterraneo, fu decantato da numerosi poeti, ispirati e appassionati dai colli istriani, dal mare, dalle saline, dal Carso con i suoi villaggi in pietra…
La costa, con la sua rigorosa vegetazione, offre una varietà d’esperienze culinarie con le fresche erbe aromatiche e con prelibate specialità di pesce.

Di solito, nella tradizione culinaria istriana le pietanze vengono cotte e solo raramente fritte. Il ruolo principale spetta ai vari generi di verdure locali, alle erbe aromatiche e alle spezie. Quest’ultime hanno prevalentemente un sapore mite, ma i cuochi fanno uso spesso anche delle loro varietà selvatiche. I piatti tipici della cucina istriana sono quelli di pesce e di pollame. Gli ingredienti principali sono ovviamente l’olio d’oliva e il vino del luogo. Oggi, l’olio, il vino e il sale marino, coltivati nel litorale sloveno, sono prodotti riconosciuti a livello mondiale.  

L'ulivo

L'ulivo è una pianta mediterranea che grazie al suo ricco patrimonio, appare come fonte inesorabile di storie sia nella mitologia sia nella vita dell’uomo moderno. A causa delle specifiche condizioni climatiche della nostra regione, l’olio d’oliva istriano è conosciuto per il suo gusto tipico. 

La vite

Sul suolo istriano cresce la varietà di vite autoctona, dalla quale proviene il rinomato vino rosso Refosco. Il vino bianco tipico della regione invece è il Malvasia. Entrambi i vini accompagnano i tipici piatti istriani: il prosciutto crudo, il formaggio, il pane con l’olio d’oliva casereccio, i bobici (minestra con mais), gli “štruklji dolci” (tipo d’involtini o strucoli cotti) farciti di carne, la “polenta insanguinata”, le omlette con asparagi selvatici, i vari tipi di pasta tipica istriana come i “bleki” (biechi), i fuži (fusi) e i blečići (blecici); poi i risotti, i frutti di mare in “čežama” (cesama) o in brodetto, seguono i vari tipi di pani dolci, gli involtini e i dolci fritti come le “fritole” (frittole).  

Il sale di Pirano

I salinai coltivano il sale secondo un metodo vecchio di 700 anni e lo raccolgono ancora manualmente, con gli attrezzi tradizionali.
Il grande segreto della qualità e del naturale colore bianco del sale prodotto nelle saline di Sicciole, consiste nel terreno  dei campi di sale d’argilla, ricoperto da un sottile strato di petola, ossia da uno strato di base spesso pochi millimetri, fatto di sedimenti biologici, formati da  minerali e microrganismi.

La coltivazione del sale dipende completamente dalle forze della natura – il sole, il vento e il mare, e dal lavoro diligente dei salinai. 

Il pesce e i piatti di carne

I secondi piatti di pietanze cotte, come ad esempio il pesce, il montone, il pollame e il manzo, sono conosciuti per la loro preparazione. La »Žgvaca”, o “Zguazza« è un piatto di carne in sugo con spezie locali. Molti piatti sono preparati »in padella« o sotto la brace, ovvero sotto la »črepnja« (coperchio per la cottura con la brace). Si usa preparare anche degli ottimi brodetti di pesce, le marinate e altri piatti simili. Nonostante alcuni tentativi di fare rivivere e preservare l'offerta gastronomica autoctona, sulla costa slovena sta prendendo piede la tendenza alla gastronomia moderna che offre le più varie pietanze: dal pesce alla carne, la pasta e le pizze. 

Il cachi

… detto anche »frutto divino« è un frutto che possiamo concederci solo durante pochi mesi d’autunno e inverno. Fu portato in Europa intorno all’anno 1870 ed è coltivato prevalentemente nei paesi mediterranei. In Istria e sulla costa slovena hanno iniziato a coltivarlo un po’ più tardi, ossia nei primi decenni del secolo scorso.

L’Associazione turistica Solinar di Strugnano è riuscita ad integrare in modo eccellente i beni della natura locali ed il turismo, organizzando ogni anno la ormai tradizionale Festa dei cachi, con la quale arricchiscono l’offerta turistica del comune, che trae il proprio potenziale interamente dal patrimonio naturale.

Gli asparagi

L'asparago selvatico, che in dialetto è chiamato »šparoga«, è una pianta tipica mediterranea. Cresce soprattutto ai margini dei boschi dell’Istria slovena. Essendo una pianta perenne, riesce a raggiungere anche un metro d'altezza. La stagione in cui germoglia è la primavera - da metà marzo fino a metà maggio. Un antico detto istriano dice: “April sparaser, maio saraser.” (Aprile mese d’asparagi, maggio mese di ciliege.)

La frittata

È un piatto di uova, tipico della cucina istriana. Le frittate sono molto varie. La scelta e la preparazione dipendono dalla fantasia, dal gusto e da ciò che abbiamo nel frigorifero. Si può prepararla col prosciutto, con la pancetta, con gli asparagi, i funghi, i tartufi, la cipolla primaverile o altri tipi di verdure, oppure con le lumache o col formaggio.

Il carciofo

Già gli antichi romani conoscevano il carciofo. Ai tempi dell'apice del loro impero, il carciofo fu coltivato come verdura e come pianta d'ornamento. Si mangiava crudo o cotto. In seguito fu dimenticato e solo nello scorso secolo sono state scoperte le sue proprieta curative nelle malattie del fegato e della bile. Il carciofo è una pianta simile alla carlina, che raggiunge circa 120 cm d’altezza. Di solito si mangiano i suoi frutti, o i boccioli cotti. La cucina mediterranea e anche quella istriana, conoscono molti piatti raffinati preparati con il carciofo.

Le “Osmice”

Per sperimentare il più genuino piacere gastronomico, da novembre a giugno ci pensano le “osmice” (osmizze), numerose soprattutto nella zona costiera. Il produttore agricolo può organizzare solo un’osmizza l’anno, che può durare otto giorni (“osmica” in sloveno significa “numero otto”), dove offre il vino di propria produzione, le conserve di verdure fatte in casa, gli affettati, le olive, i formaggi, le salsicce, il pane fatto in casa e tante altre prelibatezze caserecce.
Più volte il giornalista enogastronomico PalatoAnarchico ha partecipato a degustazioni ed eventi raccontandone con foto e brevi note, sapori, colori ed emozioni.