venerdì 14 ottobre 2016

Roncofreddo

Il Territorio
Roncofreddo è un piccolo centro nell'entroterra romagnolo, sulle colline fra Rimini e Cesena. Il paese capoluogo del Comune è situato a 314 metri sul livello del mare. Da qui si può ammirare un magnifico panorama della riviera roma­gnola da Rimini a Cervia, dei paesi e delle colline circostanti.
Il territorio del Comune ha un'e­stensione di 51.72 km2 ed è prevalente­mente collinare con altitudini comprese fra i 100 e 400 metri sul livello del mare.
I corsi d'acqua scorrono pressoché perpendicolari all'asse appenninico: il fiume Savio ad ovest scende lungo una parte del confine comunale in località Gualdo, i torrenti Pisciatello e Rigossa al centro attraversano tutto il territorio, mentre il Rubicone coincide con il confine meridionale.
Una delle caratteristiche del territo­rio è la presenza dei calanchi, avvalla­menti stretti e profondi prodotti dall'e­rosione dell'acqua sui terreni argillosi, provocati e agevolati dal massiccio disboscamento degli estesi boschi di farnia, di castagno e nocciolo tra il '700 e l'800. La diminuzione della popola­zione, il progressivo abbandono dei terreni poco fertili, la minore domanda di legna da ardere hanno favorito il ritorno del bosco, purtroppo non con le pregiate essenze originarie ma con altre come la robinia.
In una passeggiata mattutina lungo i sentieri che numerosi si inerpicano tra calanchi e colline, nelle zone esposte ai primi raggi del sole è facile imbattersi in fagiani e lepri, in prevalenza introdotti dall'uomo a scopo di ripopolamento per la caccia. Nel pomeriggio, quando la temperatura sale, è possibile osser­vare il volo planato della grande poiana o del veloce falco. Mentre l'onnivoro tasso, l'istrice e la volpe dalle abitudini notturne lasciano tracce visibili sui terreni umidi in prossimità dei piccoli corsi d'acqua. Ultimamente anche il cinghiale ha fatto la sua comparsa, con dannose incursioni nei campi coltivati e il capriolo scendendo dai monti vicini si è impossessato di nuovi spazi. Fra i rettili il più interessante dal punto di vista faunistico è il cervone, un colubro che può raggiungere i due metri e mezzo di lunghezza, il leggendario “re de bess”.

L'economia


L'economia è prevalentemente agricola. Solo alcune fasce del territorio, in parti­colare la frazione di Gualdo, presentano insediamenti produttivi artigianali e industriali.
Negli ultimi decenni la tecnologia ha fornito ai contadini gli strumenti mec­canici per rendere il lavoro meno fati­coso e più redditizio, inoltre le coltiva­zioni “povere” e meno adatte ai terreni collinari come il grano e il foraggio sono state gradualmente soppiantate da impianti a frutteto con produzioni di pesche, ciliegie, albicocche, susine, uva. I vitigni più diffusi sono il sangiovese, l'albana e il trebbiano che, grazie alla natura del terreno, producono ottime uve per la vinificazione.
Anche l'orticoltura non viene tra­scurata: diffusa è la coltivazione dei piselli, dei carciofi e delle fave.
Numerosi anche gli ulivi che da diversi secoli sono coltivati sulle nostre colline grazie al clima favorevole;
comunque non costituiscono fonte pri­maria di reddito in quanto la produ­zione di olio è limitata a quantità d'uso domestico.
Nelle terre alle altitudini più elevate, come quelle circostanti Ciolaraldi e Montecodruzzo, che maggiormente si prestano alla coltivazione a prato, da qualche decennio si sono stanziate alcune famiglie di pastori sardi che hanno creato con tenacia floride aziende ovine e bovine con produzione casearia.
Il 50% della forza lavoro è occupata nel settore agricolo, una minima parte è assorbita nell'artigianato, il resto dei lavoratori sono impiegati fuori sede, nelle ditte delle zone artigianali della via Emilia e nelle imprese turistiche del litorale.

Cenni Storici


Le Origini
L'etimologia del nome Roncofreddo è incerta, come pure le origine del paese. Le prime notizie documentate risalgono agli atti del Codice Bavaro (antico regi­stro amministrativo della Chiesa Raven­nate risalente ai secoli VII-X, attual­mente custodito a Monaco di Baviera) dove al n.70 viene fatta menzione della concessione da parte di un arcivescovo di Ravenna a Tebaldo, figlio di Leone del Duca Orso, di un possedimento chiamato Fundum Roncofrigido.
Attorno all'anno mille, la località si popolò e divenne terra illustre abitata da oltre 250 anime, come attesta la con­cessione di alcuni possedimenti e castelli fra i quali anche Roncofreddo, fatta da Uberto vescovo di Rimini nel­l'anno 1059 al conte Everardo e alla contessa Morozia.

I Malatesta


Nel XIII secolo Roncofreddo passò sotto il dominio del comune di Rimini e poi della famiglia dei Malatesta signori di Rimini e contado.
Nell'anno 1197, all'atto di giura­mento al comune di Rimini da parte di Giovanni Malatesta, presenziarono i rappresentanti di tutti i castelli sottopo­sti ai Malatesta, compreso Roncofreddo. Altra testimonianza certa dell'e­sistenza di Roncofreddo nel primo periodo malatestiano viene offerta da un atto di giuramento delle città e delle ville a fianco dei Malatesta contro gli Urbinati: a Calbana il 28 settembre 1233 presenziarono anche i consoli roncofreddesi.
Dopo una breve parentesi di suddi­tanza alla signoria forlivese, il Comune ritornò sotto il dominio dei Malatesta.
Nel 1283 Gianne lo Sciancato, detto anche Gianciotto, dopo aver ucciso Paolo e Francesca, si rifugiò nel castello di Ciolaraldi. Il 25 gennaio 1324, per porre fine alle liti tra il figlio Ramberto e Uberto, figlio di Paolo, e promuovere la pace, fu organizzato nel castello un sontuoso banchetto. Ma il convivio terminò in tragedia: al termine compar­vero tre sicari che trucidarono l'incauto Uberto.
Alla morte di Pandolfo, successe alla signoria di Rimini il nipote Ferrammo, non gradito allo zio Ramberto, che dopo un tentativo fallito di spodestarlo, si rifugiò nel castello di Roncofreddo. Ferrantino assediò il comune e munì di guarnigioni pure Monteleone, Ciolaraldi e Castiglione. Intervenne allora il legato pontificio Beltramo d'Ostia ed impose la tregua con le condizioni che Ramberto rinunciasse ad ogni diritto sulla signoria di Rimini in favore di Fer­rantino, in cambio della vicaria a vita dei castelli di Roncofreddo, Monte­leone, Ciolaraldi e Castiglione. Ma Fer­rantino pugnalò lo zio Ramberto e fu estromesso dalla signoria Riminese. Il territorio di Roncofreddo, allora, fu governato da Giovanni Malatesta che morì nel giugno del 1374. Gli successe il cognato, figlio di Bambo De' Rigacci.
Il castello di Roncofreddo ricorre sovente nelle vicende malatestiane come strategico rifugio grazie alla posizione geografica ed al solido fortilizio.
La storia di Roncofreddo coincise con quella di Rimini sino alla fine del XV secolo. Cosi nel periodo di oscura­mento della signoria Malatestiana ritornò sotto il dominio diretto della S. Sede e successivamente fu concesso in feudo alla famiglia Zampeschi di Forlimpopoli fino all'anno 1557.

Giacomo Malatesta


II territorio ritornò poi ai Malatesta del ramo di Sogliano attraverso vicende for­tunose. Antonello Zampeschi morì nel­l'anno 1551 lasciando due figli mino­renni, Brunoro e Cleopatra, e la reg­genza alla madre la contessa Lucrezia che maritò, con la signoria di Ronco-freddo in dote, la figlia Cleopatra a Giacomo, figlio di Leonida Malatesta del ramo di Sogliano, conte di Monte-cudruzzo e Ciolaraldi. La comunità roncofreddese, che caldeggiava il legit­timo erede Brunoro protestò vivace­mente nelle due sedute consiliari del 13 e 21 dicembre dell'anno 1551. Il matri­monio fra Giacomo Malatesta e la con­tessa Cleopatra fu comunque celebrato nel 1552, ma solo dopo 6 anni di liti Giacomo riuscì ad impadronirsi del castello con la forza. Le angherie sof­ferte dalla popolazione nel periodo suc­cessivo furono molte: nel memoriale inviato dai cittadini al pontefice Pio IV nell'anno 1565 sono elencate le violenze e usurpazioni dei soldati di Giacomo subite dagli abitanti della contrada.
Su Giacomo Malatesta, nel 1876, Emidio Mariani scrisse un'opera di notevole interesse in quanto le fonti ori­ginali utilizzate sono in gran parte andate distrutte nell'ultimo conflitto mondiale,
Giacomo Malatesta era nato a Montecodruzzo nel 1530 da Leonida Mala­testa del ramo di Sogliano e dalla nobildonna Cassandra Cini. Nel 1561, dopo aver sistemato i problemi della signoria di Roncofreddo, partì al servizio della Serenissima. Nel 1570 il pontefice eresse Roncofreddo e Montiano a marchesato, nominando Giacomo primo marchese con titolo trasmissibile ai suoi discendenti. Partì l'anno successivo nella guerra contro i Turchi e cadde nelle mani del sultano. Dopo undici mesi di prigionia e dietro pagamento di un riscatto fu liberato. Nei successivi anni fino alla morte visse al servizio di Venezia ricoprendo incarichi di alta fiducia. Promosse numerosi interventi urbanistici: allargò il perimetro delle mura castellane, favorendo lo sviluppo dell'abitato con nuove costruzioni in quella parte detta Castelnuovo ed innalzò due nuove porte: Porta Pia in onore del pontefice Pio V e Porta Ferretta in onore della consorte Medea Ferretti, sua seconda moglie. Assieme alla consorte Medea si adoperò per il benessere delle Monache Agostiniane edificando per loro un nuovo mona­stero entro le mure castellane e la chiesa di S. Bartolomeo. Favorì il sorgere del monastero degli Olivetani con la chiesa di S. Benedetto in Roncofreddo, inoltre il convento dei frati Minori Osservanti a Montecodruzzo, a cui affidò la chiesa da lui stesso precedentemente eretta di S. Maria Liberatrice. Venne allora ripreso l'antico costume di esercitare il libero mercato settimanale in tutti mer­coledì dell'anno.
II 31 marzo del 1600 Giacomo morì in Roma, compianto da tutti i ronco-freddesi che gli dedicarono una lapide ancor oggi visibile nell' ex chiesa di S. Ercolano. Le sue spoglie, sepolte tem­poraneamente nella Chiesa di Ara Coeli, furono trasferite per volontà del figlio Carlo Felice nella chiesa dei frati Cappuccini di Cesena, accanto a quelle della moglie Medea, morta 4 anni prima.
A Giacomo successe nell'aprile del 1600 il suo primogenito ed unico erede Carlo Felice. Il nuovo marchese dimorò poco nella signoria essendo prima al servizio di Venezia, poi della Chiesa in Avignone. In sua vece ressero il mar­chesato la sorella Vittoria, la moglie Margherita Thiene e in seguito il figlio Leonida. La famiglia trasferì la sua resi­denza in Montiano. Con il consenso della Congregazione dei Baroni, Carlo Felice alienò gran parte del feudo e ven­dette Montecodruzzo e Ciolaraldi al conte Antonio Ruini di Bologna e Serra e Tornano ai marchesi Bevilacqua.

La Fine dei Malatesta


Carlo Felice morì nell'anno 1634 e a lui successe l'unico figlio Leonida, che mori nel 1639 all'età di 41 anni lasciando due figlie, Francesca Isabella e Claudia Margherita sotto la tutela della madre Dionira Coppoli. Leonida fu l'ultimo discendente maschile dei Malatesta del ramo di Sogliano, mar­chesi di Roncofreddo e Montiano e conti di Montecodruzzo e annessi. Nel­l'anno 1645 assunse la reggenza la figlia Francesca Isabella. Alla sua morte nel 1659 il marchesato passò alla sorella Claudia Margherita, andata nel frat­tempo sposa al conte Rodolfo Spada. Nel 1673 alla scomparsa di Claudia il marchesato sarebbe dovuto andare ai figli Leonida, Muzio e Paolo Spada. La Congregazione dei Baroni assunse il possesso di Roncofreddo, trasferendo in un primo momento il marchesato al Conte Alfonso Ercolani che lo tenne fino all'anno 1694 e che cedette poi di sua volontà al principe Don Livio Odescalchi, il quale governò fino all'anno 1703. Nel frattempo la famiglia Spada e precisamente Muzio, ciambellano di sua Maestà Imperiale, rinnovò in Roma la causa alla Congregazione dei Baroni, ne uscì vincitore, ritornando nell'anno 1703 in possesso dell'usurpato feudo. Muzio fu buon signore che curò il feudo con grande attenzione e continua sollecitudine, tenendovi governatori reputati, sapienti e probi. Gli succes­sero il figlio Leonida nel 1710 ed il nipote Muzio Bali Spada nel 1764. Quest'ultimo resse il marchesato fino al 1797, anno in cui, per forza del decreto emanato dalla Centrale d'Emilia furono aboliti i feudi.

Napoleone


La campagna d'Italia del 1796, con­dotta da Napoleone Bonaparte, aveva portato in breve tempo le armate fran­cesi al centro della pianura Padana, e nel mese di giugno furono occupate tutte le maggiori città della Romagna, così anche Roncofreddo subì le truppe bonapartiste.
Furono soppressi i Monasteri dei Monaci Olivetani e delle Monache Agostiniane.
Roncofreddo fu unito prima a Rimini, poi nel 1798 a Cesena sotto il distretto di Longiano e successivamente a Sogliano nel 1805. Con la caduta di Napoleone ed il rimpatrio dall'esilio del Pontefice Pio VII, nel 1816 Roncofreddo ritornò sotto il dominio della Chiesa.

Il passaggio di Garibaldi


Nel periodo del risorgimento non vi furono avvenimenti di particolare inte­resse oltre al passaggio per le nostre terre dell'eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi. Negli appunti di Eugenio Berardi, si legge che Garibaldi il 2 luglio 1849 fuggì da Roma attraversò l'Italia e giunse il 31 luglio a San Marino con 1500 soldati malconci. Pensò di proce­dere alla volta di Venezia assediata dagli austriaci solo con 350 fedelissimi. Alle due della notte del 1° agosto 1849 lasciò San Marino diretto a Cesenatico. Passò il Marecchia in prossimità di Pietracuta poi giunse a Montebello, Masrola, S. Giovanni in Galilea. Proseguì quindi verso Sogliano fermandosi a metà strada alla Cà Nova e di qui scese al fiume Rubicone seguendo la strada Cupa e arrivando alla chiesa di Musano. Quando a Roncofreddo se ne venne a conoscenza, gli abitanti gli inviarono viveri. Qui venne raggiunto pure da Padre Ugo. Bassi che da San Marino aveva preso altra strada. Fu quest'ul­timo a presentarsi al parroco, don Pompilio Fiorentini, a chiedere la chiesa per rifugiare gli uomini stanchi e laceri in quel pomeriggio piovoso. Il parroco assentì e portò via dal tabernacolo il Santissimo Sacramento e poi invitò a casa sua il Generale e Anita. Alle ore sei pomeridiane dello stesso giorno Gari­baldi ripartì da Musano, passando per Cento, Longiano, Gatteo e a Cesenatico riuscì ad imbarcarsi per Venezia. Un piccolo monumento commemorativo fu eretto vicino alla chiesa di Musano nel 1° centenario dello storico evento.

Regno d'Italia


L'unità d'Italia, avvenuta nel 1860, determinò l'ampliamento dei confini del territorio comunale fino al raggiun­gimento dell'estensione attuale, e al 1° censimento effettuato nel 1861 i resi­denti erano 4.066.
Nel corso dei primi anni del Regno d'Italia il comune fu scosso da un movi­mento di protesta, tendente a separare alcune frazioni e borgate del territorio comunale, per una ipotetica annessione al Comune di Cesena. A tale scopo una petizione firmata da 28 elettori di quelle contrade era stata presentata agli organi competenti. In una lettera, di cui ripor­tiamo alcuni brani, datata 21 novembre 1868, firmata dal sindaco Virginio Tri­denti e inviata ai consiglieri provinciali, è perorata l'integrità del territorio :
"...4300 abitanti senza un obolo di passività, anzi con qualche avanzo, la di cui amministrazione tenuta regolar­mente e colle norme delle vigenti pre­scrizioni Governative meritò la lode dell'Autorità Prefettizia della provincia..." e ancora "... Roncofreddo mai indietreggiò fra i paesi dell'Emilia nei movimenti politici prima del cambia­mento di governo,..." e "... il primo fu del circondario che   impiantò il Governo Provvisorio alzandovi il Nazionale Vessillo".

La 2° Guerra Mondiale


Nel corso della seconda guerra mon­diale, nel giugno del 1943 in seguito al ritrovamento del cadavere di un soldato tedesco, dopo numerosi rastrellamenti furono arrestati e fucilati 3 cittadini. La signora Fiorina Paganelli, in quei giorni giovane quattordicenne, ricorda: "Ero sulla porta di casa quando passò il plotone con questi 3 ragazzi, erano in canottiera, camminavano a testa bassa." Un monumento fu eretto nel luogo del­l'esecuzione avvenuta vicino al cimitero. A fine settembre del 1944 in una notte piovosa giunsero i primi tedeschi in ritirata da San Marino, segnalando così ravvicinarsi del fronte. La gente sfollò nelle gallerie scavate lungo i dirupi, alcune ancora esistenti, e seguirono intensi bombardamenti inglesi. Il 10 ottobre 1944 le truppe indiane dell'e­sercito inglese liberarono il paese. I danni agli edifici risultarono ingenti ma l'abitato fu tenacemente ricostruito. Ben più difficile fu rimarginare i lutti e le ferite morali che avevano colpito numerose famiglie.
Roncofreddo per la sua posizione fu luogo munito di difese fin dai tempi più remoti. All'epoca il paese era circo­scritto da solide mura che si presenta­vano con l'assetto e la figura di una ellisse schiacciata e in cima al monte che sta a cavaliere del paese si ergevano il fortilizio e la rocca circondati da tre cerchie di mura. Sull'unica porta d'ac­cesso al castello fu eretta a circa metà del XVIII secolo l'attuale torre campanaria. Dai primi del '600 il Castello e le mura, e molti altri edifici furono trascu­rati e abbandonati al degrado, dall'800 furono in parte abbattuti per recupe­rare materiale edile, così fino al 1940 quando anche Porta Pia fu smantellata.
Torre Civica • Si erge sul lato nord del palazzo comunale in uno degli angoli più caratteristici del centro abitato. I fabbricati circostanti hanno mantenuto le caratteristiche di un tempo e, dispo­sti a semicerchio, delimitano l'attuale piazzetta Allende, mantenendo l'origi­nale pianta medioevale. La torre fu costruita verso la metà del XVIII secolo su un'antica porta trecentesca in blocchi di pietra arenaria con arco a sesto acuto. Ha un'altezza di 20 metri circa e pianta quadrangolare. La campana veniva suonata da un addetto comunale per scandire l'alba, il mezzo­giorno, come pure l'ora di scuola o particolari eventi quali le convocazioni del Consiglio Comunale e le feste paesane, e ancora per avvertire di pericoli incom­benti.
Nel 1915 fu dotata di un orologio a pesi. I bombardamenti dell'ottobre 1944 arrecarono minimi danni struttu­rali, ma l'orologio fu irrimediabilmente danneggiato e quindi sostituito con uno elettrico.
Mura • Quello che resta delle antiche mura, pochissimi tratti a sud-est del paese, non è che una piccola parte delle tré cinte che cingevano l'abitato. Il tratto più antico originale è quello adia­cente alla via Porta Pia in prossimità dei giardini e comprendente la base di un torrione.
Fontane Malatestiane • A circa mezzo chilometro a nord del paese sorgono le sobrie fontane che dall'Ottocento al dopoguerra hanno erogato acqua pota­bile al paese. La tradizione fa risalire le origini al periodo malatestiano.
Chiesa parrocchiale di S. Biagio • La chiesa parrocchiale di S. Biagio, patrono di Roncofreddo, fu edificata fra il 1703 e il 1716, dopo il crollo di quella più antica ubicata in prossimità della porta Pia avvenuto nell'anno 1697. La pianta originale presenta una navata, con un altare maggiore e quattro laterali, il coro e l'organo. I bombardamenti dell'autunno 1944 provocarono ingenti danni e la ristrutturazione si occupò del tetto andato completamente distrutto, e anche della facciata, mentre il campa­nile pericolante fu abbattuto e riedifi­cato negli anni '50 sulla parte sinistra.
All'interno si trovano tele di pregio artistico provenienti dalla chiesa del monastero dei Monaci Olivetani: al centro del Presbiterio un Crocefisso del XV secolo, ai lati i dipinti dell'An­nunciazione e S. Francesca Romana del pittore Antonio Cimatori detto il Visacci (1550-1623). Sempre di quel periodo una tela raffigurante S. Bene­detto di autore non identificato.
Sopra l'unico altare laterale rimasto si trova un quadro del XVIII secolo raf­figurante la crocifissione di A. Fanzaresi di Fori! (1700-1772), allievo di F. Cignani. Si conservano inoltre numerosi oggetti e paramenti sacri antichi, come pianete, piviali, tovaglie per altari, tutti decorati e ricamati a mano e di ottima fattura. Recentemente sono stati restau­rati l'altare in marmo, la pavimenta­zione ed il coro.
Ex-Casa del Fascio • Sul colle che do­mina l'abitato, dove in origine sorgeva il ca-stello, fu edificata alla fine degli anni Venti la Casa del Fascio. L'edificio ha pianta rettangolare e si ripete su due piani, con torre campanaria nell'angolo nord. All'interno lo spazio principale è una sala per rappresentazioni teatrali all'italiana, detta scatolata, cioè un unica aula, con il ballattoio a ferro di cavallo. Costituì l'elemento architettonico prin­cipale del regime, adibito agli uffici amministrativi , alle attività sociali e manifestazioni ricreative. Nell'imme­diato dopoguerra fu utilizzata come sede provvisoria del municipio in attesa del termine dei lavori di ripristino della sede originale del comune. In seguito ospitò saltuariamente manifestazioni musicali e serate danzanti. Purtroppo dagli anni Sessanta le condizioni di degrado l'hanno resa inagibile. Attual­mente l'amministrazione ha dato inizio ai lavori per un suo recupero come centro multimediale.
Chiesa del Zotto • A poche centinaia di metri a sud dell'abitato di Roncofreddo si trova l'Oratorio della Madonna del Zotto. Un edificio sobrio la cui costru­zione fu promossa dal parroco della chiesa di S. Biagio Don Giovanni Benzi per ospitare l'immagine di una Madonna con Bambino affrescata su nudo sasso (da qui l'appellativo zotto-sasso} da tempo venerata in una vicina cella pericolante. Nel 1623 fu benedetta l'area e posta la prima pietra e l'anno successivo, terminata la costruzione, vi fu trasferita l'immagine prelevando la parte del muro sulla quale era dipinta.

Musano


Musano è una località rurale che si incontra salendo dalla vallata del Rubi­cone verso Roncofreddo. La tortuosa strada attraversa una campagna colti­vata a frutteti e oliveti e offre al passante una piacevole vista.
Le prime notizie di Musano risalgono al VII secolo e sono riportate dal Codice Bavaro. La località era un fondo (“fundum Muciani” o “Musiani” o “Musani”) dipendente da vescovi di Ravenna, che nel corso del tempo ne avevano esteso il territorio.
Intorno all'anno mille i monaci bene­dettini di Rimini vi fecero edificare una chiesa dedicandola a San Giuliano (Presso il monastero riminese era custo­dita la tomba del santo).
Verso la metà del Quattrocento, nella chiesa di Musano fu costruita una cap­pella alla Beata Vergine del Carmine, alla quale concorse un tale Giorgio di Monte Caprile (Casteldelci). Pare che la facciata della chiesa di Musano debba la sua attuale sistemazione a Giuseppe Garibaldi, che volle esprimere cosi la propria gratitudine per l'ospitalità rice­vuta nel piccolo paese.

Cento


Sulla strada provinciale che porta a Longiano si incontra un agglomerato di case disposte sul crinale delle vallate del Rubicone e della Rigossa. Cento, men­zionata nel Codice Bavaro, fu possedi­mento degli Arcivescovi ravennati insieme a Villa Venti dal VII alla metà del X secolo. La chiesa dedicata a Maria Vergine conserva un opera tra le più interessanti del periodo tardo gotico in Emilia Romagna. La tempera su tavola risale ai primi decenni del XV secolo e rappresenta la Madonna in Trono con il Bambino e due Angeli, di autore ignoto.
La fonderia di campane di proprietà dei F.lli Baldini, esistente dal 1500 al 1850 nei pressi del frantoio, era specia­lizzata nella fusione di campane di grandi dimensioni.
Nella vicina località di Villa Venti nel 1640 fu costruito l'Oratorio di S. Carlo Borromeo (attualmente in stato di abbandono), per volontà di Mons. G. Ghini della famiglia senese che qui dimorò prima di stabilirsi a Cesena.

Santa Paola


S. Paola si trova a sudovest di Roncofreddo a un paio di chilometri sulla strada che porta a Sogliano. Il paese e la Pieve prendono il nome dalla santa nata e vissuta in quella località verso il VI secolo d.c. e sono ricordati in alcuni documenti anteriori al mille, prima come S. Stefania (precisamente in tre pergamene ravennati e in tre citazioni del Codice Bavaro) poi anche con il nome di S. Paola e verso il XII secolo, solo con quello di S. Paola. La Pieve sin dalle origini designava il territorio in cui era stanziata la comunità e nell'alto Medioevo divenne chiesa battesimale.
Numerose leggende sono fiorite sulla vita della santa e tramandate nella tradizione popolare. Fra queste la più antica la vuole figlia di pastori a Castiglione. Alla pastorella vengono attri­buiti alcuni miracoli tra i quali la muta­zione in petali di rosa dei sassolini tenuti nella tasca del grembiule per
ricordare le preghiere. La santa morì a soli 15 anni e il corpo fu conservato nel sarcofago in pietra fino all'anno 1801 quando le reliquie furono estratte e riposte in una piccola urna di legno. Nel 1980 furono trasferite nell'urna attuale. La pieve restaurata in diverse occasioni è ad un'unica navata con la facciata tipi­camente settecentesca. Il campanile, ricostruito nell'anno 1780, è di pianta quadrangolare con una piccola cupola sul lucernaio.
Dietro l'altare maggiore una pregevole tela a olio di autore ignoto, datata 1748, raffigura in basso S. Paola, fra S. Seba­stiano e S. Francesco da Paola, e nella parte superiore la Pietà. Quattro sono gli altari laterali: il primo a destra dedi­cato a S. Paola, quello di fronte a S. Caterina d'Alessandria; entrambi sono affrescati con icone delle sante. Tali immagini sono attribuite al pittore for­livese Livio Agresti (1508-1580). Il secondo a destra è dedicato alla Madonna del Carmine celebrata con una statua in legno e sul secondo a sini­stra si trova un crocefisso, scultura lignea del 1600. Tutti e quattro gli altari sono ornati con paliotti del 1746 otti­mamente conservati. Interessante il Bat­tistero cinquecentesco in pietra con incastonato un catino in ceramica faen­tina del 1723 e all'ingresso le due acquasantiere del 1619 e 1626. Nella cripta sotto l'altare maggiore è custo­dito il sarcofago in pietra grezza che racchiuse le ossa di S. Paola fino al 1801.

I Paliotti


Con il termine paliotto viene indicato il rivestimento liturgico dell'altare (da pal­liare - ricoprire).
Originariamente era una lastra di pietra scolpita e decorata, fu poi anche eseguito con altri materiali quali avorio, metallo, legno, stoffe preziose. Erano ini­zialmente intercambiabili a seconda delle solennità da celebrare, poi fissi legati alla dedicazione dell'altare.
II paliotto in scagliola^ nasce s '* come imitazione economica del costosissimo intarsio marmoreo. La materia prima utilizzata e una finissima polvere essiccata di gesso detto selenite, con cristalli formati da lamelle trasparenti a scaglie (da qui il termine scagliola). Il legante utilizzato era la colla di coniglio che conferiva maggior consistenza e ritardava l'indurimento per­mettendo una più agevole lavorazione. La pasta veniva colorata con l'aggiunta di pigmenti come terre naturali e bruciate e ossidi minerali. I! nero cromia basilare del manufatto, poteva essere ottenuto da ossa calcificate (avorio), o nero fumo (dalla carbonizzazione di tralci di vite).
Su una intelaiatura di legno e arelle o canne si stendeva una base di gesso, acqua e colla. Poi una “coperta” millime­trica di scagliola livellata sulla quale viene riportato con la tecnica dello spolvero il disegno. Con punte d'avorio si procedeva allora allo scavo dove depositare la pasta colorata. Per ogni colore si attendeva il suo indurimento, si levigava e si proce­deva ad un ulteriore scavo per un ulte­riore aggiunta cromatica. Solitamente ter­minati tutti i decori il gesso bianco rimasto veniva asportato e riempito di nero. A volte il colore di fondo era posto nella fase iniziale.
Il manufatto indurito veniva levigato con il carbon dolce (di silice o di faggio), lucidato poi con olio di noce tale da con­ferire quella lucentezza propria delle superfici marmoree. Era una lavorazione laboriosa che poteva richiedere anche tre mesi.

Castiglione


Antico borgo, si trova nella vallata del Rigossa, tra Roncofreddo e Montenovo. Fu sottoposto ai Malatesta e munito di un castello del quale non rimane traccia. La chiesa di S. Biagio ad una sola navata era soggetta alla Pieve di S. Paola. Nel corso degli anni '60-'70 ha subito una forte emigrazione e attual­mente la popolazione conta pochissime unità.

Ciolaraldi


Ciolaraldi viene menzionata prima del X secolo nel codice Bavaro come fondo e nel 1216 era già un fiorente castello di proprietà della famiglia Malatesta. Qui nel 1324 venne assassinato Uberto Malatesta, figlio di Paolo il Bello. Per qualche secolo il paese passò da un Malatesta all'altro e nel 1577 fu annesso al marchesato di Roncofreddo. Il 13 marzo 1599 Giacomo Malatesta istituì una dote di 50 lire per le ragazze di Cio­laraldi e di Montecodruzzo. Nel 1602 Carlo Felice vendette Ciolaraldi al conte bolognese Antonio Ruini, la cui famiglia vi dominò fino al 1701. Rinaldo Albizzi di Cesena ne divenne signore nel 1702. Successivamente divenne pro­prietà della Congregazione dei Baroni di Roma.
Dopo l'ultimo conflitto mondiale, il paese si è via via spopolato.

Monteleone


Monteleone è un piccolo borgo medioevale raccolto a mezza luna attorno al vecchio castello posto su un colle in posizione dominante.
Le sue antiche origini non sono documentate. Attorno al Mille fu un possedimento della chiesa ravennate.
Nel 1233 Monteleone giurò sotto­missione e fedeltà al comune di Rimini e gli si alleò contro gli Urbinati. Nel 1279 ebbe inizio un periodo di forte discordia fra il vescovo e il Comune di Rimini per il dominio sulle ville e i castelli del territorio di Monteleone. Divenne possedimento dei Malatesta: dapprima Ramberto Malatesta e poi Ferrantino che tenne Monteleone fino al 1335, quando se ne appropriò Fran­cesco Ordelaffi, costretto tré anni dopo a cederlo a Nolfo da Montefeltro. Nel 1358 fu sotto il diretto dominio della Santa Sede. Nel 1433 i fratelli Sigi-smondo Pandolfo e Domenico, si divi­sero il feudo e Pandolfo donò a Ram­berto conte di Giaggiolo il castello di Monteleone con obbligo di una ricono­scenza annua. Nel 1485 ritornò all'arci­vescovo di Ravenna, al tempo Fillasio Roverella di Cesena che lo diede in feudo alla sua famiglia alla quale restò fino al 1745. I potenti Roverella tene­vano a Cesena una fiorente facoltà di giurisprudenza e avevano il privilegio di nominare notai e dottori.
Durante questo periodo i Roverella ampliarono e trasformarono il castello in palazzo di campagna.
Nel 1745 il nuovo arcivescovo di Ravenna, Ferdinando Romualdo Guiccioli, la diede al fratello Ignazio. Dall'a­bolizione dei feudi nel 1797 al 1960 le terre e il castello rimasero proprietà della famiglia Guiccioli. Il conte Ales­sandro, fu inviato presso il direttorio di Parigi, come delegato di Ferrara, gua­dagnandosi la stima di Napoleone che lo nominò membro dell'Amministra­zione Centrale dell'Emilia. Nel 1817 risiedeva a Forll ed èra gran maestro della Carboneria, alla quale avrebbe iscritto il poeta Lord Byron, amico della moglie Teresa Gamba. Il castello, resi­denza di campagna della famiglia, fu meta di frequenti visite da parte del poeta inglese e molto probabilmente frequentato luogo di riunioni Carbo­nare.
L'ultimo discendente della famiglia Guiccioli, la contessa Margherita, ha venduto nel 1960 i terreni ed il castello (ora restaurato e arredato con cura) al conte Giovanni Volpe, figlio del celebre storico Gioacchino Volpe.
Intorno al 1520 la chiesa parroc­chiale di S. Cristoforo in località “Sighizzano” fu trasferita entro le mura castellane, nell'oratorio di S. Caterina, divenendo chiesa di S. Cristoforo e S. Caterina. Si conservano una statua della Madonna con il Bambino, del XVIII secolo e due campane della fonderia Baldini di Roncofreddo.

Sorrivoli


Il toponimo antico del luogo è “Subripola”, un abitato sopra una riva o collina ed irrigato da rivoli o fiumiciattoli. Certamente fu luogo importante fin da antichissima data, essendo posto sul confine fra Roma e la Gallia. Parecchi studiosi indicano il torrente Pisciatello o Urgone, che scorre nella vallata fra Sorrivoli e Monteleone,, come il vero Rubicone: il problema ha sollevato dispute non ancora risolte. Il castello era una proprietà degli arcivescovi di Ravenna. Nell'anno 970, dall'arcive­scovo Onesto fu dato in feudo al conte Rodolfo di Rimini: poi ritornò alla chiesa Ravennate, cui appartenne lun­gamente.
L'Imperatore Ottone IV confermò tutti i privilegi concessi dai suoi predecessori e nell'anno 1209 redasse uno speciale rapporto su “Sobrivole”; così fecero di “Subrivole” l'Imperatore Federico II nel 1220 e Papa Gregorio IX nell'anno 1228. Nel 1237 era soggetto ai Malatesta e nel 1290 passò alla Santa Sede, che lo affidò alla chiesa Ravennate nel 1302. Dagli annali cesenati si apprende che il castello nel 1318 si ribellò e subentra­rono gli Articlini di Cesena. In quel tempo Cesena, autonomo comune, intendeva spodestare la chiesa Raven­nate dai possessi del cesenate e, dal 1333 al 1360 circa, Sorrivoli ubbidì al comune di Cesena.
Ritornò in possesso degli arcivescovi ravennati e andò in feudo ai Roverella alla fine del XV secolo e questa famiglia vi costruì una rocca ben munita con ponte levatoio. Il conte Filiasio Rove­rella, arcivescovo di Ravenna, si ritirò nel castello e vi morì nel 1525. Coi Roverella, il castello di Sorrivoli conobbe il massimo splendore nel com­mercio e nelle arti: nel 1661 funzionò nel castello una stamperia, molto importante in Romagna, condotta dai Faberi. Quando nel 1857 con la morte del conte Pietro la famiglia si estinse, la proprietà passò alla famiglia Allocatelli Fabbri che, nel 1944 dopo che i bom­bardamenti avevano distrutto la Chiesa, ne fecero dono alla prebenda parroc­chiale.
L'abitato di Sorrivoli conserva ancora le caratteristiche di un borgo medioevale fortificato. Il castello, attualmente adibito ad abitazione e chiesa parrocchiale, è in buono stato conservativo sia nei muri strutturali che negli spazi interni. La rocca è ancora munita del maschio, privo di merlatura, come del resto le cortine. Ancora agibili sono i sotterranei, vasti cameroni con copertura a volta, che fino al XVI secolo venivano utilizzati come scuderie.

Il Festival dei Grandi Burattinai


Dal 1988 si svolge ogni anno al Castello di Sorri­voli, nella seconda metà di agosto, il Festival dei ^ Burattini.
E' un avvenimento unico nel suo genere in Italia. Per una decina di giorni, infatti, si danno qui appuntamento opera­tori della scuola, della terapia e burattinai di professione per scam­biarsi le esperienza sull'uso del teatro di animazione per fini educativi e/o terapeutici.
Nelle cantine del castello è possibile poi partecipare a laboratori tecnici per la costruzione e l'animazione dei burat­tini. Gli aspiranti burattinai possono imparare la difficile arte della scolpi-tura delle teste di legno (generalmente viene utilizzato il cirmolo, pino d'alta montagna), scoprire i trucchi del mestiere e approfondire le tecniche di recitazione.
Alla sera, la corte del castello diviene luogo di spettacolo e ospita un folto pubblico, che in questi anni ha avuto l'occasione di vedere all'opera le migliori compagnie buratti­naio della tradizione pre­senti  sul  territorio nazionale. Per questo il Festival di Sorrivoli è una occasione molto ambita dai buratti­nai italiani che qui trovano una calorosa acco­glienza e ospitalità.

Diolaguradia


“Castrum Deo la guarde”, per lungo tempo di proprietà degli arcivescovi ravennati, e' nominato nelle cronache cesenati fin dall'anno 1136 e nella Descriptio Romandiole redatta dal Car­dinale Anglico nell'anno 1371 aveva 25 focolari. Il vescovo cesenate nell'anno 1485 trasformo l'oratorio di S.Andrea in chiesa parrocchiale.
Un aneddoto curioso a proposito dell'origine del nome narra che "in tempo del mal contagioso della peste molti dei cesenati si rifugiarono nella detta parrocchia e quivi sui monti detti Delle vacche con capanne e tuguri mira­colosamente si salvarono". La bella posizione collinare e la vicinanza alla città di Cesena (9 Km.), hanno favorito lo sviluppo di una zona turistica e resi­denziale.

Oriola


Sull'antica strada Garampa fra Montecodruzzo e Diolaguardia si incontra Oriola: un gruppo di case allineate lungo la strada e dove sorge all'incrocio con la strada comunale, S. Lucia la recente chiesa edificata grazie ad un lascito di Rosa Onofri.
Agli inizi del 1900, con il sorgere di nuove abitazioni, era divenuto un centro importante, tanto che nel 1918 venne istituito un ufficio postale a ser­vizio della 2° zona ed anche il comune nel 1930 istituì un ufficio di stato civile con un incaricato per redigere gli atti di nascita e di morte.

Ardiano e Montebora


Ardiano si trova a lato del torrente Pisciatello sulle colline circostanti Sorrivoli e Diolaguardia e viene associata alla vicina località di Montebora.
Nel 1371 il Cardinale Anglico censiva 15 focolari a Ardiano e 10 a Montebora.
Nel 1338 in seguito alla distruzione del vicino castello di Casalecchio, con il permesso di Francesco Ordelaffi venne edificato a Montebora il nuovo castello, che divenne poi rifugio di guelfi roma­gnoli e venne abbattuto dallo stesso Ordelaffi.
La parrocchia di Maria Assunta ad Ardiano è ricordata sin dal 1327 per il pagamento della decima alla Chiesa Ravennate.

Gualdo


Gualdo si trova lungo la vallata del fiume Savio all'estremità del territorio comunale ed è fiancheggiato dalla superstrada E45.
Questa località faceva parte della parrocchia di Montecodruzzo ed i pochi abitanti frequentavano il vicino Oratorio di San Bartolo a Montemaggiore che fu soppresso verso il 1800 durante il periodo napoleonico. Nel 1934 gli abitanti ottennero il ripristino di un luogo di culto, e nel 1936 quando morì l'ultimo rettore della Chiesa di S. Maria Liberatrice in Montecodruzzo, il relativo beneficio fu trasferito alla nuova chiesa in Gualdo che nel 1942 venne trasformata da oratorio in par­rocchia.

Il considerevole sviluppo urbani­stico della zona e l'insediarsi di alcune industrie nell'ultimo ventennio, hanno favorito un notevole aumento della popolazione che nel censimento della popolazione del 1991 è di 263 persone.
Montiano
Montiano  è un comune italiano di 1.704 abitanti della provincia di Forlì-Cesena. La cittadina è posta nel comprensorio di Cesena da cui dista 10 km circa. l primo documento storico dell'esistenza di Montiano
porta la data dell'895 allorché la contessa longobarda Ingelrada lo dona agli arcivescovi di Ravenna.
A lungo conteso fra Cesena e Rimini, alla fine del Trecento fu dei Malatesta di Cesena che nel 1355
lo difesero da Ludovico Ordelaffi di Forlì.Ritornato ai vescovi di Ravenna, Montiano nel 1441
viene da questi ceduto in feudo al ferrarese Antonio De Assasinis, che emette gli statuti  della comunità montiarese. A cavallo fra il XV e XVI secolo è di nuovo dei  cesenati che lo tengono fino al 1570, allorché papa Pio V lo cede ai Malatesta di Roncofreddo che  vi costruiscono l'imponente quadrilatera rocca.
Estinto il ramo dei Malatesta per mancanza di  discendenza maschile, Montiano nel 1654 diventa
feudo degli Spada di Bologna che, fra alterne vicende, lo amministrano fino al 1797, quando con l'abolizione dei feudi, Montiano, come tutta la Romagna, entra a far parte della Repubblica Cisalpina.
Da allora segue le vicende della Romagna venendo incorporato nello Stato Pontificio (1815)
e nel Regno d'Italia (1861). Situato sulle prime pendici collinari a 3 km.  dalla via Emilia, Montiano, raccolto attorno al medioevale centro storico su cui svetta la torre civica, offre uno stupendo panorama
verso il mare, specialmente dall'alto del colle ove sorge il Parco delle Rimembranze. Della rocca, distrutta dagli ultimi eventi bellici, sono visibili le imponenti mura con l'originario portale d'ingresso al cortile interno. Meritano una visita le tre chiese del paese. La chiesa di San Francesco (oggi centro culturale)
costruita, unicamente al demolito convento, nel XVII secolo, conserva al suo interno un prezioso
dipinto dell'"Annunciazione" del Centino e un coro ligneo del 1714. Notevoli affreschi conserva la Parrocchiale di S. Agata, eretta nel XV secolo. Nell'interno a tre navate, custodisce nel coro sopra l'altare, una pala del 1609 raffigurante la Madonna e le Sante Agata e Lucia di G. Modigliani di Forlì e nella cupola affreschi del Martirio di S. Agata di Giuseppe Milani da Parma. Nella navata sinistra si trova un interessante affresco raffigurante il Crocefisso di scuola riminese di datazione incerta (XIV secolo?). Meritano uno sguardo sulla piazza principale la Porta Malatesta edificata nel 1583, sulla cui sommità dell'arco fu murata nel 1663 una lapide in onore del protonotario Sigismondo Spada, e la chiesa dei Tre Monti con una pregevole facciata del XVII secolo. Una capatina è consigliabile a Montenovo per vedere i resti dell'antico castello.

La Macelleria Osteria Lucchi

La storia documentata dell' Osteria Macelleria Lucchi si rifà ai primi dell’ 800, un percorso che fino ad oggi è sinonimo di tradizione, cura e volontà di non disperdere un patrimonio di conoscenza ed esperienza che riesce ad esprimere nelle sue carni e nei suoi piatti la cultura gastronomica delle nostre colline.

Nel 2010 la Macelleria amplia la sua offerta riproponendo l’antica Osteria come nel 1835, quando esisteva a Montiano l’osteria abbinata alla macelleria di Lucchi Vincenzo, situata nei locali che ad oggi la ospitano.
Tali notizie derivano da una ricerca all’archivio di Stato, grazie ai ritrovamenti di una denuncia per rumori notturni dovuti a clienti dell’osteria che giocavano alla morra proprio in Piazza Maggiore ed un’altra del 1858 dove sempre Vincenzo Lucchi, gestore della macelleria osteria, denuncia un furto di coltelli.

L’attuale sito della macelleria Osteria Lucchi era composto da tre unità immobiliari che hanno sempre ospitato la macelleria e la fiaschetteria fino ai primi del ‘900, non si conosce l’anno di costruzione ma è certo che nei primi anni del ‘600 fossero già sorte in quanto sono dipinte sul Cabreo rinvenuto che mostrava i possedimenti dei Malatesta proprietari del Castello che si erge proprio sopra Piazza Maggiore.

La Famiglia Lucchi ha sempre gestito  la Macelleria e per alcuni periodi storici, abbinata all’osteria facendone un riferimento per il comprensorio, tanto che nell’ 800 si ha traccia scritta di una “ Casina di legno su ruote…” che permetteva al Macellaio-Oste di portare i suoi prodotti anche nei paesi vicini, diciamo un precursore di quello che oggi è definito l' ambulante.
Ogni due generazioni il nome Vincenzo veniva dato al primogenito maschio, oggi quindi sia la macelleria che l’osteria sono gestiti da un Vincenzo Lucchi, affiancato dalla mamma Bruna, dalla moglie Barbara e dai figli Andrea, Giulia e Chiara.


Dalle carni alla griglia a quelle in padella con abbinamenti di prodotti della tradizione come ad esempio il "Filetto di scottona alla Saba", alle crudità come i Carpacci e le Battute con accostamenti raffinati dettati dalle stagionalità che esaltano il sapore di carni particolarmente buone e curate.  Le carni bovine sono  di  scottona di pura razza Piemontese con una frollatura adeguata.  Gli insaccati sono fatti artigianalmente dalla macelleria Lucchi secondo le ricette di famiglia e leggermente adeguate al contesto attuale. I salumi sono di produzioni tipiche, così come i formaggi e le salse.  Il sale utilizzato al tavolo proviene dalle saline di Cervia e  l’olio rigorosamente extra vergine e da agricoltura biologica proviene da aziende agricole del nostro territorio.  La carta dei vini (e delle birre), rigorosamente da cantine romagnole, è costruita seguendo anche i gusti e le indicazioni dei clienti ed è sempre in costante aggiornamento, sempre alla ricerca di nuovi sapori che soddisfino i palati di chi ama sorseggiare un buon vino davanti ad un buon piatto.
Borghi
Borghi è un comune italiano di 2.854 abitanti della provincia di Forlì-Cesena in Emilia-Romagna. Si trova a circa 40 km a SE da Forlì, il capoluogo, e a 22 da Cesena. Si trova a nord ovest di Rimini, dalla quale dista 20 km, all'altezza di Santarcangelo di Romagna, sulle primissime alture che si staccano dalla Pianura Padana e si può ben dire che sia uno dei comuni più meridionali di tutta la provincia di Forlì-Cesena. Borghi infatti confina a sud con Torriana (RN). Curioso notare che la città di Cesena dista 24 km (più di Rimini), mentre Forlì ben 49 km. Inoltre, come Sogliano al Rubicone (in parte), Savignano sul Rubicone e San Mauro Pascoli, si trova a sud del fiume Rubicone. Il territorio si presenta dolcemente ondulato, verdeggiante e fertile, con colli a poca distanza gli uni dagli altri, tanto che Borghi può definirsi tre paesi in uno. La conformazione del territorio e la posizione strategica hanno reso possibile lo stabilirsi di molti castelli e roccaforti posti anche a breve distanza l'uno dall'altro. Il tipico esempio di comune "assemblato" da più paesi o frazioni, una volta autonome, è Borghi. Per esplicitarne la storia, infatti, prenderemo in considerazione quelle che furono, un tempo, località indipendenti ed autonome nonostante sorgessero a pochissima distanza l'una dall'altra. Il Comune di Borghi è formato dai territori riuniti di cinque comunità: San Giovanni in Galilea, Calbana, Converseto, Raggiano e Poggio de' Borghi.

Borghi (Podii Burgorum)
Possiamo affermare con sicurezza che fu San Giovanni in Galilea il territorio più anticamente popolato o, meglio, fu proprio in questa zona che abbiamo notizia del primo e più antico castello. Il Codice bavaro (ovvero un libro papiraceo sul quale erano annotate i possedimenti e i territori meridionali, fino a Perugia, della Chiesa di Ravenna) del X secolo, infatti, menziona San Giovanni in Galilea, ma non Converseto, del quale si hanno notizie nel 978. Si presume quindi che San Giovanni risalga a ben prima di questa data.

Poggio de' Borghi invece fu l'ultimo ad essere costruito, si pensa intorno al 1300, ed ebbe la fortuna di riunire le vicine località di Converseto e Raggiano in un unico nucleo che assunse lo stato di Comune intorno al 1350. Fino al XVI secolo fu quasi esclusivamente luogo di rifugio e stoccaggio di prodotti agricoli, con all'interno delle mura il Palazzo Comunale e quello fatto edificare da Camillo Sassatelli, poche case e delle cantine sotterranee.

Lo sviluppo di questo neonato Comune conobbe un primo arresto con la distruzione subita per mano delle truppe del Conte Corrado Virtinguer di Landau nel 1358. I Borghi vennero rapidamente ricostruiti, tanto che nel 1400 divennero un feudo malatestiano e, nel 1448, Sigismondo Pandolfo Malatesta affidò ad Antonio di Francesco degli Atti la signoria del Comune. In questo periodo Borghi si dotò di alte mura, tuttora esistenti e in territorio Raggiano venne edificato il castello. Attraverso alterne vicende Poggio de' Borghi divenne vicariato della Chiesa di Santarcangelo, che ne affidò a Galeotto Malatesta la guida, poi passò di mano in mano agli uomini del Papa, a Galeotto Malatesta, alla famiglia dei Della Rovere; con il crollo malatestiano fu Federico Duca di Urbino ad invadere e conquistare queste terre. Nel 1484, il Conte Francesco Sassatelli di Imola ottenne l'investitura del castello da Sisto IV, da cui vantava un credito di 1000 fiorini per servizi militari prestati. Nel 1520 un breve di Leone X rinnovò a Giovanni Cagnazzo Sassatelli e ai suoi successori l'investitura "pro tempore et in Vacariatum".
Dopo il 1579 si succedettero potestà diverse, per lo più costituite con decreti o bolle papali, fino al 1797, quando il governo napoleonico alienò tutti i beni delle preesistenti signorie, ducati e contee. La restaurazione riportò il potere temporale della Chiesa e fu Pio VII che unì il comune di Borghi con quelli di S. Giovanni in Galilea (ben più antico) e Converseto (S. Martino in Converseto). Borghi rimase sotto il papato fino al 1861, anno della costituzione del Regno d'Italia, e -come molte località romagnole- conobbe prima la morte e la distruzione durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale e poi lo sviluppo economico ed il benessere.

San Giovanni in Galilea
È il più antico insediamento che domina le valli dell'Uso, del Rubicone e del Marecchia. Circondato dai ruderi d'imponenti fortificazioni dei secoli XIV e XV, il paese è dominato ad occidente da quel che resta della Rocca (palazzo Malatesta) del XVI secolo. Risulta abitato già nell'Eneolitico e, da ciò che si può desumere dalle analogie riscontrate con i reperti ritrovati nel sito di Verucchio, possiamo attribuire i primi insediamenti alla civiltà etrusco-villanoviana, che evidentemente colonizzò la bassa Romagna in maniera assidua. Probabilmente vi si stanziarono, nel IV secolo a.C., i Galli Senoni, come attesterebbe anche il toponimo "Galilea" (sinonimo di "gallica"). In epoca romana fu "conciliabolo", luogo cioè di raduno in occasione di feste religiose e mercati, per gli abitanti sparsi in piccoli villeggi. Tra il VI ed il VII secolo fu costruita da missionari e maestranze di Ravenna, a poca distanza dal colle e all'incrocio di varie strade, una pieve, o chiesa battesimale, per la colonizzazione ed evangelizzazione del territorio. Fu feudo ecclesiastico del Vescovo di Rimini fino al principio del XIII secolo, poi passò sotto la giurisdizione del Comune di quella città e quindi dei Malatesta. Ovviamente abbiamo una storia parallela e similare a quella di Poggio de' Borghi, tanto che, dopo la sconfitta di Sigismondo Pandolfo ad opera del Papa Pio II, fu concessa in Vicariato, nel 1464, a Carlo Malatesta, del ramo soglianese dei Malatesta e fedele al papato. I Malatesta governarono per altri 200 anni su San Giovanni; l'ultimo discendente fu Sigismondo II Malatesta, che completò la costruzione della Rocca e della chiesa di S. Pietro, fatte edificare verso la metà del Cinquecento dal cugino Pandolfo II. Alla sua morte, nel 1654, S. Giovanni passò sotto la diretta amministrazione della Santa Sede.  Vi sorge il Museo Renzi, voluto e fondato da don Francesco Renzi.

Il castello di San Martino in Converseto
Fu costruito probabilmente nel XII secolo nei pressi dell'omonima chiesa risalente al secolo precedente. Del castello rimangono oggi solo delle vestigia di mura; sono pure scomparse la chiesetta di S. Margherita ed il Palazzo Comunale. Anche questa comunità fu autonoma, sui iuris, e condivise le vicende del castello dei Borghi fino al XVII secolo, del Vicariato di S. Arcangelo e poi fu sotto i Malatesta di Rimini e di Sogliano. Fu distrutto, come Raggiano, dalla Compagnia del Conte Lando e poi ricostruito. Il 21 marzo del 1621 fu venduto da Sigismondo II di Malatesta a Mons. Francesco Sacrati (poi cardinale) per il prezzo di 2.000 scudi. Passò poi ai suoi eredi, il Marchese Tomaso e Mons. Alfonso Sacrati. Nel 1621 Mons. Francesco concesse a questa comunità degli Statuti. Nel 1645 fu ceduto alla Santa Sede. Come gli altri due castelli, fu retto per secoli da Podestà e da un Consiglio comunale, eletto dapprima in un arengo dai capifamiglia e successivamente formato dai rappresentanti delle famiglie più abbienti.
Dolce tipico

l Bustrengh, che veniva preparato dalle famiglie contadine la domenica, utilizzando le rimanenze della settimana; quindi con il variare degli ingredienti usati durante la settimana, il Bustrengh poteva diventare un dolce, una ciambella o una torta salata. Col passar del tempo l'usanza di fare il Bustrengh in famiglia si affievolì sempre più. Nei primi anni settanta venne riscoperta da un gruppo di persone, amanti delle tradizioni: nacque così la “Sagra de' Bustrengh”. A Borghi, il Bustrengh in occasione della festa che si tiene la seconda settimana di maggio, viene sfornato oltre che dal comitato anche da alcune famiglie, le quali custodiscono gelosamente la ricetta.
Longiano
Longiano (Lunzèn in romagnolo) è un comune italiano di 7.066 abitanti della provincia di Forlì-Cesena in Emilia-Romagna. Si trova a circa 12 km da Cesena. Il centro storico è situato sulle prime colline romagnole, a ridosso della riviera.
Storia
Longiano si trova su un colle che domina la sottostante pianura verso Cesena e Rimini, in posizione strategica. I primi insediamenti umani di Longiano risalgono al periodo protostorico, quando nella Romagna sud-orientale vivevano genti di cultura villanoviana. Si tratta di popolazioni che vissero durante la prima età del Ferro (IX-VII secolo a.C.). Verucchio era il centro principale di queste genti: dalla valle del Marecchia esse si spinsero verso le valli circostanti attraversando il Rubicone per ragioni legate a una espansione demografica ed economica e per controllare un vasto territorio. A Longiano questo fenomeno viene testimoniato da un importante ritrovamento certificato dalla Soprintendenza che risale agli Anni Ottanta, durante gli scavi di un’abitazione in via Pasolini.
Occorre però attendere il VI e il VII secolo dopo C., perché sulla collina si sviluppi un più importante insediamento abitativo, con la contestuale calata dei barbari che causò la fuga delle popolazioni di pianura verso la collina, soprattutto dalla vicina San Giovanni in Compito.
Una pergamena cita poi Longiano in data 7 ottobre 1059, quando il vescovo Uberto di Rimini concesse al conte Everardo ed alla contessa Marozia vari fondi “de castro Lonzano”. In seguito il paese si sviluppò e divenne nel Medioevo un luogo culturalmente fiorente. Sebbene geograficamente si trovi vicina a Cesena, Longiano gravitò sempre nell’orbita di Rimini. La Signoria dei Malatesta governò il borgo dal 1295 al 1463.
I Cesenati e i Riminesi si contesero per secoli il dominio su questo territorio, ma il popolo di Longiano rimane fedele a Rimini. Nel 1198 il castello viene assaltato e distrutto dai Cesenati, e nell’anno successivo ricostruito dai Riminesi. Non passano molti anni che i Cesenati presero nuovamente d’assedio il castello, ma furono respinti e battuti. Nel 1297 i Cesenati, alleati coi Forlivesi e con i Faentini, incendiano Longiano. Nel 1387 i Longianesi resistettero agli Ordelaffi, padroni di Forlì, e nel 1424 si svolse lo scontro con l’armata ducale di Milano. Nel 1429 morì nel castello di Longiano Carlo Malatesta, stratega, condottiero e regnante illuminato.
Longiano nel 1463 ripassò sotto il controllo diretto dello Stato Pontificio e vi rimase quasi ininterrottamente per 400 anni, fino al 1859. Tre sono le principali eccezioni: la prima, cadendo in balia della Repubblica di Venezia nel 1507; la seconda, quando venne assegnato dal Pontefice ai conti Rangoni di Modena (dal 1519 al 1581) e la terza infine nel periodo napoleonico.
Il 1º agosto del 1849 a Longiano passò anche Giuseppe Garibaldi durante la nota “trafila” in fuga verso Cesenatico per l'imbarcarsi e venne aiutato da guide locali.
Nel 1859, dopo le vittorie di Solferino e San Martino, Longiano passò sotto il Regno d’Italia. Nel decennio 1860-1870 fu un rifiorire di lavori pubblici, tra cui la costruzione del teatro Petrella e le nuove strade consolari per Crocetta-Balignano e Montilgallo.
Durante la prima guerra mondiale furono oltre un centinaio i Caduti longianesi sui vari fronti.
Il 16 agosto 1936 il Duce Benito Mussolini visitò Longiano.
La seconda Guerra mondiale causò tanta distruzione e morte. L’estate del 1944 rimarrà nella memoria come uno dei periodi più bui per Longiano, basti ricordare la morte dei tre giovani Martiri: Attilio Grilli e Tarcisio Pavolucci di anni 19, Augusto Sarpieri di anni 20. È stata liberata dagli Alleati il giorno 10 ottobre 1944. Negli anni '60 la rinascita di Longiano è stata imperiosa.
Monumenti e luoghi d'interesse
Il Castello Malatestiano
Si caratterizza per il borgo dall'aspetto tipicamente medioevale, che circonda il castello malatestiano del 1200, tenuto in ottime condizioni e recentemente restaurato rispettando le originarie metodologie costruttive. Il territorio comunale comprende anche un tratto della via Emilia di epoca romana.
Altro vanto architettonico della cittadina è il Teatro Petrella, costruito nel 1876 e restaurato tra il 1980 e il 1986.
Persone legate a Longiano[modifica | modifica wikitesto]
Carlo I Malatesta (1368-1429), condottiero.
Giulio Belli (Longiano, 1560 circa – Imola?, 1621 circa) compositore italiano, e frate francescano conventuale.
Sebastiano Fausto da Longiano[3] (1502 - ??) traduttore italiano, il quale pubblica il primo trattato sulla traduzione ("Dialogo del modo de lo tradurre d'una lingua in altra seconda le regole mostrate da Cicerone") in lingua italiana

Aurelio Magnani (Longiano 1852 - Roma 1921), famoso clarinettista e compositore. Insegnò anche al liceo musicale di Venezia e al Conservatorio di Roma. A Magnani è intitolata la scuola dell’infanzia di Crocetta.
SOGLIANO AL RUBICONE
La località è conosciuta per la produzione di un particolare tipo di formaggio stagionato in antiche fosse da grano, di origine malatestiana, conosciuto anche come "formaggio di fossa".
Il toponimo originario del paese pare derivare da quello del "Fundus Solliani", nome originario dell'attuale area su cui sorge il Comune di Sogliano al Rubicone. Tale fondo apparteneva alla gens romana Cornelia della familia Silla, in parte residente a Rimini. Di tale gens è discendente la famiglia dei Silighini, la cui dimora nel 1144 ha il nome di "Castrum Sulliani" e che nel settembre del 1233 prestò giuramento a Rimini (giuramento della Calbana). Sul finire del Settecento i Silighini si spostano nel territorio delle Ville di Montetiffi, dove Sebastiano esercitò la professione di avvocato e dove tuttora è la residenza di famiglia. Lo stemma di famiglia ha due spighe di grano dorate intrecciate su bianco.
Fonti meno attendibili riconducono l'origine del nome Sogliano all'antica usanza di adorare il dio pagano Giano Bifronte.
Nel periodo medioevale Sogliano fu castello dei Malatesta di Rimini, sul quale esercitarono il loro dominio più duraturo. Infatti i Malatesta governarono il territorio soglianese sino al 1640, anno in cui passò allo Stato Pontificio. Il castello malatestiano, che sorgeva anticamente nel punto più alto del paese, venne definitivamente distrutto nel corso del XIX secolo per delibera del consiglio comunale, che realizzò in tale luogo un'ampia piazza al fine di favorire l'importante funzione di mercato agricolo assunto dalla cittadina.
Nei primi anni del XX secolo studiarono, e soggiornarono, nel locale convento delle Agostiniane le sorelle del poeta Giovanni Pascoli, il quale f profondamente legato al luogo ed a cui dedicò diverse poesie.
Negli anni dal 1950 al 1970 la cittadina visse il suo momento più buio; a seguito del forte sviluppo economico della pianura, la sua popolazione si ridusse di due terzi nel breve periodo di vent'anni.
Dagli anni ottanta la città ha ritrovato motivo di sviluppo economico nel rilancio della produzione del formaggio di fossa (che in realtà non è mai cessata fin dal periodo malatestiano), prodotto tipico del luogo conosciuto in tutto il mondo.
Chiesa del Suffragio
La chiesa del Suffragio si trova nel centro di Sogliano al Rubicone in piazza Mazzini accanto alla torre civica, e i lavori di costruzione iniziarono il 26 aprile 1671 per l'iniziativa della Compagnia del Suffragio e venne aperta al culto il 22 maggio 1679.
L'esterno è molto semplice e in laterizio. La facciata è in mattoni, sopra al portale si trovano due finestre, rispettivamente ai lati della facciata, e il tutto si conclude con un elegante timpano anch'esso in mattoni.
L'interno è ad unica navata con due cappelle laterali, probabilmente aggiunte alla costruzione originaria agli inizi del XVIII secolo. Ha un ingresso a bussola, ancora originale in legno, così come la balaustra dell'organo. Al suo interno sono custoditi le opere d'arte più importanti di Sogliano al Rubicone:
•             La tela raffigurante la Madonna delle Vigne era conservato nell'antico oratorio che porta lo stesso nome della tela.
•             La Madonna del Carmine, statua ottocentesca in cartapesta custodita nella cappella di destra.
•             Il secentesco Battesimo di Cristo collocato a sinistra dell'altare maggiore.
•             il Crocifisso ligneo dorato, coperto da un perizoma e proveniente da Verucchio collocato nella prima cappella laterale di sinistra.
•             Il paliotto e la tela posta sull'altare dell'altare maggiore che è diviso in due sezioni che rappresentano nella parte inferiore le Anime del Purgatorio salvate dagli Angeli mentre in quella superiore la Beata Vergine Maria che tiene in braccio Gesù Bambino:
•             La via Crucis proveniente dall'Oratorio di San Francesco di Paola.
Monastero di Santa Maria della Vita
Il monastero di Santa Maria della Vita sorge di fronte alla chiesa della Madonna dello Spasimo nel centro storico di Sogliano al Rubicone.
Nel 1824, l'edificio che ora ospita il Monastero delle Carmelitane e l'annessa Chiesa dello Spasimo vennero donati al Convento delle Monache Agostiniane.
In quell'anno, infatti, il parroco soglianese Don Paolo Mariani venne a conoscenza che il convento delle monache di clausura di Roncofreddo sarebbe stato soppresso a breve e così decise di trasformare un edificio della parrocchia con un edificio per le suore.
Le Agostiniane vi rimasero fino ai primi anni novanta, quando furono sostituite dalle Carmelitane, che attualmente abitano il monastero.
Chiesa della Madonna dello Spasimo
La chiesa della Madonna dello Spasimo risale ai primi anni del XVI secolo ed è l'unico edificio visitabile al pubblico di tutto il monastero di Santa Maria della Vita: l'oratorio venne edificato secondo il volere di Ramberto Malatesta per la popolazione che viveva fuori dalle mura del castello. La chiesa in origine era più piccola e orientata diversamente rispetto adesso: aveva l'abside in quella che è la cappella di destra e la porta dove oggi è situato l'altare maggiore.
L'ampliamento dell'oratorio avvenne dopo il 1824, quando la chiesa venne donata al Convento delle Monache Agostiniane.

Chiesa di Santa Lucia
La chiesa di Santa Lucia sorge in via della Resistenza, accanto al palazzo omonimo voluto dal notaio Sabattini.
La facciata, in mattoni a vista, si presenta in stile gotico, con un rosone centrale delimitato da due lesene, sia a sinistra che a destra. La facciata termina con un frontone slanciato delimitato da due guglie.
Al suo interno è collocato un quadro raffigurante la martire Santa Lucia, realizzato probabilmente da Alessandro Guardassoni, a cui è dedicata la piccola chiesa.
Oratorio di San Francesco di Paola
Annesso a Palazzo Nardini, nel cuore di Piazza Garibaldi, l'oratorio di San Francesco di Paola è un piccolo ma elegante edificio eretto nel 1748 per volontà del conte Antonio Maria Marcosanti sul lato sinistro del suo palazzo.
L'oratorio venne realizzato seguendo le sobrie linee dello stile barocco settecentesco e venne arricchito all'interno con suppellettili preziose.
Chiesa di San Matteo
Come tante altre chiese della zona e del comune di Sogliano al Rubicone, anche la chiesa di San Matteo di Savignano di Rigo ebbe una prima fase ecclesiastica come cappella del Castello e divenne parrocchiale tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento.
La chiesa attuale, fu costruita nel 1908 e i parroci vi hanno risieduto fino alla morte dell'ultimo nel 1985.
La chiesa di Savignano di Rigo è l'ultima chiesa appartenente alla Diocesi di Rimini, ai confini con quelle di San Marino-Montefeltro e di Cesena-Sarsina.
Chiesa di San Pietro
Nella frazione di Strigara.
Della parrocchia si hanno ricordi vaghi: una prima chiesa fu costruita sotto il castello, nella piana, dove risiedevano anche i cortigiani e i contadini. Poi probabilmente una frana si portò via la chiesa e parte delle abitazioni. Così troviamo che la cappella del castello diventa anche chiesa parrocchiale. Conclusasi la storia del castello, la chiesa rimase e fu ampliata ed è quella che si può osservare ancora oggi.
La popolazione però continuò ad abitare e a fabbricare case nuove nella parte bassa, detta La Piana. Così, data la vetustà della chiesa del castello e l'opportunità di una maggior vicinanza alla popolazione, nel 1953 il vescovo monsignor Antonio Bergamaschi dellaDiocesi di San Marino-Montefeltro, da cui la parrocchia dipendeva, fece erigere una nuova chiesetta, dedicata alla Sacra Famiglia, lasciando alla vecchia chiesa il titolo di San Pietro.
Col passaggio alla diocesi di Rimini nel 1977 la parrocchia di Strigara fu soppressa e inglobata in quella di Sogliano al Rubicone.
Chiesa di San Paolo
La chiesa di San Paolo costruita nel 1958 sostituisce la precedente chiesa parrocchiale situata nella frazione di San Paolo all'Uso.
La costruzione in stile moderno molto semplice, custodisce al suo interno un bellissimo crocifisso ligneo realizzato da padre Agostino Venanzio Reali che abbellisce l'altare maggiore.
Chiesa di San Leonardo
L'Abbazia di San Leonardo è situata a Montetiffi, borgo del comune di Sogliano al Rubicone. È costruita su uno sperone roccioso che domina la valle, nel cuore del Montefeltro. La struttura interamente in pietra concia ha una pianta a croce latina, con un'unica navata. Solo nel XVII secolo sono state costruite due cappelle laterali e una cantoria in legno per ospitare l'organo. L'abside fondata sulla roccia fa pensare a maestranze comacine.
Edificata in pietra concia a metà dell'XI secolo, è uno dei più importanti monumenti romanici che la Romagna possa vantare.
Donata nel 1089 all'ordine benedettino dai capofamiglia del luogo, l'abbazia fu restaurata nel 1334 su ordine dell'abate Bartolo per assumere la funzione di protezione militare, viste le aspre lotte tra guelfi e ghibellini che attraversavano il Montefeltro. A testimonianza di ciò vi è un'epigrafe incisa sul muro interno, nella navata.
Nel XV secolo l'Abbazia viene data in commenda ai Guidi di Bagno di Montebello, per poi passare all'altro ramo della famiglia, i conti Poppi, che la ressero fino a circa il 1800.
All'interno si possono ammirare dei residui di affreschi del XIV-XV secolo raffiguranti svariati santi, alcuni dei quali citati anche nell'epigrafe datata 1120 su un antico cippo d'altare, collocato nel transetto. L'altare maggiore presenta delle parti in legno dipinto e dorato e delle altre in scagliola dipinta principalmente in bianco e nero, con motivi vegetali e antropomorfi.
Scarsamente visibili, nel transetto alla base del campanile vi sono dei bassorilievi che ricordano il tema dell'arbor vitae.
La torre campanaria è collocata a lato della chiesa, dalla parte dello strapiombo, ed è una costruzione massiccia ma slanciata allo stesso tempo. È dotata di due ordini di monofore a tutto sesto, il più alto dei quali è di dimensioni maggiori, e appartiene alla cella campanaria. La campana che viene suonata tutt'oggi a mano da una famiglia del borgo è risalente al XVII secolo, ed è facilmente udibile in tutta la vallata.
Il presbiterio mantiene una copertura a volta con abside, la restante parte della navata è ora coperta a capriate, nonostante si vedano gli attacchi di arcature che fanno presumere la precedente totale copertura a botte. All'interno si trovano inoltre due confessionali in legno dell'Ottocento e tre quadri, due dei quali conservati in prestigiose cornici barocche di legno intagliato e dorato. Uno di questi, raffigurante la vita di San Leonardo e dipinto nel 1861, è di un pittore di Gatteo (FC).


Chiesa di San Paterniano
La chiesa di San Paterniano di Massamanente venne fatta costruire nel 1635, anno in cui era parroco Don Pasquino Roselli di Secchiano Marecchia: sulla porta vicino alla sagrestia è stata trovata una lapide in cui vengono citati l'anno di costruzione e il parroco dell'epoca.
L'edificio presenta una facciata molto semplice di pietre e mattoni a vista con un'unica finestra rettangolare sopra la porta d'ingresso principale: anticamente aveva anche un altro ingresso sul fianco sinistro, come si può notare dall'esterno in cui si trovano i resti di un antico ingresso alla chiesa.
L'interno è ancora ben curato con molti bei arredi e varie opere.
Sia l'esterno, sia l'interno della chiesa, sono stati recentemente restaurati.
Chiesa di Santa Maria Riopetra
La chiesa di Santa Maria Riopetra venne fatta erigere nel 1789 per volere del sacerdote don Giambattista Ricci con annessa casa parrocchiale.
Nel 1905 don Giambattista Ceroni allungo l'edificio donandogli l'attuale facciata con la scalinata di accesso e una bifora sopra al portone d'ingresso.
Nel 1939 i parrocchiani e il parroco don Guido Nucci adornarono la chiesa con nuovi altari e con una nuova sagrestia.
Al suo interno è da ammirare uno splendido organo di stile tipicamente rurale, in legno dipinto, che risale al 1700 ed è l'organo più antico in tutto il comune di Sogliano al Rubicone.
Chiesa di Santa Maria Assunta
La chiesa di Santa Maria Assunta risalente al 1866 venne edificata in sostituzione all'antichissima chiesa che sorgeva nella vicinissima località di Curto circa mille anni fa, andata distrutta a causa di una frana.
La chiesa presenta una facciata semplice e lineare, con un portale d'ingresso molto semplice e di forma rettangolare al di sopra del quale si trova una finestra semicircolare terminante e con un frontone triangolare.
All'interno si trova una tela raffigurante Maria Assunta in gloria con angeli realizzata nel 1886 da Nucci Sante, stesso pittore della Madonna della Cintura conservata all'interno della Chiesa della Madonna dello Spasimo.
Il tempietto di San Donato originariamente era un oratorio annesso alla Chiesa di Santa Maria Assunta (chiesa parrocchiale di Vignola), utilizzato anche come luogo di sepoltura. Questo tempietto sorge sul luogo di una cruenta battaglia della seconda guerra mondiale, tra tedeschi e inglesi, ed è stato restaurato da pochissimo tempo. All'interno era conservata una tela realizzata anonimamente che ora scomparsa e raffigurava la Madonna col Bambino, San Sebastiano (Santo Patrono della cittadina di Sogliano al Rubicone) e San Donato che teneva in mano il calice del miracolo. Della tela scomparsa però, è rimasta un'immagine fotografica che ha permesso le realizzazione di un nuovo quadro che si trova nella Chiesa di Santa Maria Assunta.
Pieve di Santo Stefano in Murulo (Montegelli)
La fondazione originaria della pieve di Santo Stefano in Murulo sembra risalire attorno al VII-VIII secolo, ma non ne è rimasta alcuna traccia.
La chiesa attuale, costrutita in stile romanico, risale al XII secolo; nel tempo ha subito molti rifacimenti fra cui il più importante è quello dell'orientamento dell'edificio.
L'attuale facciata venne realizzata nel 1913, lo stesso anno in cui la navata venne allungata di due metri e venne capovolto l'orientamento della pieve: alcune ipotesi sostengono che l'inversione sia avvenuta prima del 1600. Più avanti l'alzaia antistante fu sostituita dalla scalinata tutt'oggi presente sul sagrato della Pieve rendendola più alta e maestosa.
A fianco dell'edificio, sul lato mare, sorge il campanile che risale al XIX secolo.
All'interno della pieve di Santo Stefano in Murulo sull'altare maggiore è conservato, il Martirio di Santo Stefano di Vincenzo Lasagni, tela che raffigura il santo che sta per cadere sotto il tiro di pietre lanciate dai suoi carnefici; il piccolo Saulo fa guardia ai vestiti e ilPadre Eterno, innalzandosi in volo sulle nuvole, dona coraggio e vita al primo martire della chiesa.
Sul lato sinistro della navata della pieve si trova il battistero con la vasca battesimale di pietra istriana che risale al XVI secolo. La vasca, larga 59 cm e alta 43 cm, è stata lavorata a ruvido solo sul lato frontale, ove si trova uno stemma a bassorilievo inquadrato da uno scudo rivolto con la punta in basso, ed è appoggiata su un cippo di muratura ed è chiusa con un coperchio piramidale di legno antico.
Oratorio di Sant'Agnese
Costruito nel 1854 da Brunetti, poi passato alla famiglia Nucci, l'oratorio di Sant'Agnese sorge nel centro del piccolo paesino di Montegelli, non lontano dalla pieve di Santo Stefano in Murulo.
Esternamente l'edificio appare molto semplice, la faccia infatti è molto semplice: presenta un portale d'ingresso sul quale vi è un'incisione in cui si trova la dedica della chiesetta alla santa; sopra questo portale vi è una finestra bifora che permette l'illuminazione dell'edificio. La chiesetta ha un piccolo campanile a vela anch'esso bifora che richiama la finestra-bifora della facciata.
All'interno dell'oratorio di Sant'Agnese non ci sono opere di grande valore artistico.
Chiesa di San Biagio
La chiesa parrocchiale di San Biagio di Rontagnano sorge sulla sommità del colle nel luogo in cui una volta si ergeva un antico castello, oggi ribattezzato col nome di Piazza Castello: la costruzione della parrocchiale è databile alla prima metà dell'Ottocento.
Esternamente l'edificio appare molto semplice, infatti l'unico motivo della facciata è un finto rosone, mentre all'interno della chiesa sono conservati alcuni interessanti arredi provenienti dalla vecchia chiesa parrocchiale e dall'oratorio della Rocca; meritano particolare attenzione un inginocchiatoio ligneo del XV secolo, la pala d'altare e l'organo del XVIII secolo.
Dietro l'abside della chiesa sorge il campanile, nonché la torre civica, costruita intorno al XII secolo che è annessa ad una parte di resti dell'antica fortificazione.
Chiesa della Natività di Maria Santissima
La chiesa della Natività di Maria Santissima è stata edificata sulla roccia di Pietra dell'Uso; non è nota la data di costruzione ma si presume che sia di epoca medioevale. Dopo essere stata eretta sui resti di una roccaforte e di una torre di avvistamento, per anni di proprietà della Curia, è stata sconsacrata e venduta al comune di Sogliano al Rubicone affinché procedesse al restauro conservativo dell'edificio.
Al momento non è possibile visitare la chiesa al suo interno, con il campanile del XVII secolo
La Romagna è terra di sapori forti, con prodotti tipici che vengono diffusi poi sul territorio nazionale, ma che nascono tra le colline della Romagna.  Uno di questi è il formaggio di fossa di Sogliano sul Rubicone, un piccolo borgo sulle colline nell’entroterra della Valle del Rubicone. L’origine della tecnica di stagionare il formaggio nelle fosse risale al XV secolo. Il periodo tradizionale di infossatura era fine Agosto-Settembre e la riapertura delle fosse il 25 Novembre, giorno di S.Caterina. La permanenza in fossa del formaggio nel periodo autunnale aveva una duplice motivazione: da un lato il periodo di massima produzione di latte era (e lo è ancora oggi anche se in misura minore) il periodo primaverile-estivo per una maggiore abbondanza di pascolo e quindi la necessità di trasformarlo in formaggio e di stoccarlo per i periodi meno produttivi; d'altra parte si poteva disporre di formaggio anche durante l'inverno con le stesse caratteristiche di freschezza e bontà di quello prodotto nei periodi estivi.  Il formaggio di fossa di Sogliano sul Rubicone si distingue per le seguenti caratteristiche: deformazione del formaggio, dalla tradizionale forma cilindrica, anche a seguito della sovrapposizione delle forme una sull'altra nelle fosse; per lo stesso motivo non sono distinguibili la crosta e la pasta che si presentano compatte e friabili. Il colore va dal bianco al giallo paglierino mentre il sapore è delicato, quasi dolce all'inizio della degustazione, per poi diventare sempre più piccante con retrogusto amaro; ha un odore particolare che ricorda l'humus del sottobosco. Il formaggio "Il Fossa" di Sogliano al Rubicone deve il nome al fatto che la sua stagionatura avviene in ambienti sotterranei speciali, le "fosse", di probabile origine medievale scavati nel tufo del paese di Sogliano al Rubicone, paese della provincia di Forlì-Cesena al confine con i territori delle Provincie di Rimini e Pesaro-Urbino; queste tre provincie rappresentano la zona tipica di produzione. La Romagna terra di sapori forti e di antiche tradizioni che uniscono le colline al mare.

SAVIGNANO SUL RUBICONE
primo nucleo abitativo dell'attuale Savignano si chiamava Compitum (il Compito) e sorse all'incrocio con la via Regina che da Sarsina portava a Ravenna e la via Emilia fatta costruire dal console Marco Emilio Lepido nel 187 a.C.
Il monumento simbolo di Savignano, il ponte romano sul Rubicone, a tre arcate in pietra, fu costruito secondo l'ipotesi più probabile nel I sec. a.C.
In seguito delle invasioni barbariche, Il compito fu distrutto; la popolazione si spostò sulle colline (fra cui il colle di Castelvecchio) dando vita a un nuovo insediamento.
Nel 1173 appare citato per la prima volta un Castrum Savignani appartenente agli arcivescovi di Ravenna, concesso poi alla signoria dei Malatesta di Rimini a partire dal 1261.
Dal 1358 ebbe inizio l'opera di bonifica delle terre poste al di sotto del colle di Castelvecchio, ad opera del cardinale Albornoz, incaricato dal Papa di ristabilire la sua autorità nell'Italia Centrale, e sorse così il nuovo nucleo della struttura urbana dell'attuale Savignano: il Castello Nuovo la cui costruzione iniziò il 13 dicembre 1359, festa di Santa Lucia, posto a ridosso della via Emilia e del Ponte Romano.
Durante il Medioevo Savignano subì diversi attacchi da parte delle signorie locali e nel 1500 fu presa da Cesare Borgia, il quale apportò migliorie alla cinta muraria difensiva.
Passò in seguito dalla Repubblica di Venezia allo Stato della Chiesa, per poi cadere in mano, in seguito ad un terribile assedio, al duca d'Urbino nel 1521.
Dal 1558 al 1561 fu realizzata la cinta muraria in base a nozioni di tecnica militare dell'epoca.
Già dal finire del Quattrocento era iniziata l'espansione anche oltre le mura del castello, con la costruzione dei borghi (borgo San Rocco, borgo Santa Lucia, borgo Madonna Rossa) che presero il nome da chiese o conventi situati lungo la via Emilia.
Nel Settecento con la costruzione della Piazza Nuova (oggi Piazza Borghesi), del Palazzo del Magistrato (Municipio) con la Torre (1766) e della Chiesa Collegiata di Santa Lucia (1749), Savignano si diede un nuovo centro urbano, che è lo stesso di oggi.
Nel Settecento-Ottocento Savignano si affermò come centro culturale (scuole, Accademia, teatro) meritandosi l'appellativo, condiviso con Forlì, di “Atene della Romagna”; ma fu anche fiorente centro di botteghe artigianali (fabbri, falegnami, calzolai, canepini, ecc), di piccole attività industriali (fornaci di laterizi, filande, concerie di pelli) e di scambi commerciali (ricordiamo la pescheria costruita nel 1790). Nella seconda metà dell'Ottocento la crescita di Savignano fu incrementata dal miglioramento della viabilità, con la costruzione della circonvallazione (1870) che evitava l'attraversamento della via Emilia nel cuore del paese, e con la stazione ferroviaria lungo la linea Bologna-Rimini.
La seconda guerra mondiale causò morte e distruzione a Savignano, circa il 75% degli edifici furono distrutti (fra cui il ponte romano sul Rubicone). Proprio lungo le rive del Rubicone, per una ventina di giorni il fronte, con pesanti bombardamenti d'artiglieria (settembre-ottobre 1944).
Terminata la guerra, la prima giunta comunale fu guidata dal sindaco Dario Galeffi, antifascista che era dovuto emigrare in Francia per evitare le persecuzioni del regime ed era rientrato clandestinamente nel 1943; le prime e più pressanti esigenze erano quelle di ripristinare i servizi essenziali e ricostruire gli edifici pubblici, a partire dal Palazzo Comunale quasi interamente distrutto. Le prime amministrazioni comunali furono guidate dai sindaci Dario Galeffi (1946-1947), Dario Pirini (1947-1951), Luigi Bernardini (1951-1956), Umberto Teodorani (1956-1964); proseguì l'azione di ricostruzione degli edifici e di sviluppo urbano con la costruzione di una nuova circonvallazione a sud che fu chiamata Viale della Libertà.
Negli anni sessanta il boom economico che investì l'Italia portò Savignano, continuando la sua tradizione artigianale, a proporsi come centro industriale con il proliferare di piccole e medie industrie soprattutto nel settore dell'abbigliamento ma anche nell'edilizia e nella meccanica. Principale industria della città fu l'ALEA, camiceria che giunse ad avere qualche centinaio di dipendenti. A partire dagli anni ottanta, la crisi del settore manifatturiero avviò la trasformazione della economia della città prevalentemente verso il settore del commercio e dei servizi (ricordiamo in particolare il Romagna Center, uno dei più grandi centri commerciali della regione) mentre continua a svilupparsi il settore del turismo soprattutto nella zona costiera di Savignano a Mare.
Il ponte romano di Savignano è il più noto monumento della città di cui è il simbolo stesso. La data esatta di costruzione non è nota: fu definito "consolare" da alcuni storici, mentre secondo altri andrebbe collocato all'epoca di Ottaviano Augusto. È costituito essenzialmente da tre grandi arcate di pietra, poggianti su due piloni centrali. Il tutto è formato da grandi blocchi di pietra d'Istria, un calcare compatto e resistente che non esiste nella zona, e che quindi presumibilmente fu importato per via di mare.
È lungo complessivamente, da sponda a sponda 24,20 m; le tre arcate hanno una larghezza massima interna di 6,50 m mentre l'altezza massima degli archi dalla base è di 8,25 m. Nel corso dei secoli il ponte romano subì varie modifiche e rimaneggiamenti. Nel 1450 Sigismondo Pandolfo Malatesta fece asportare le spalline o parapetti laterali usando i blocchi di pietra come materiale per la costruzione del tempio Malatestiano di Rimini. Tra il XIVe il XVII secolo furono sovrapposte al ponte due torri quadrangolari, che servivano da porte di ingresso al castello e al paese e avevano una funzione di difesa e di controllo.
Dopo aver resistito per secoli a vicende atmosferiche e guerre, il ponte romano fu fatto saltare con l'impiego di cariche di esplosivo dall'esercito tedesco in ritirata nel settembre del 1944. I blocchi di pietra furono però successivamente quasi tutti recuperati, numerati e infine ricollocati al loro posto per la ricostruzione, realizzata tra il 1963 e il 1965. Nella ricostruzione fu fatta la scelta di eliminare ogni sovrastruttura posteriore all'epoca romana; perciò non furono ricostruiti né il rivestimento medievale di mattoni intorno ai piloni centrali, né le due spalline laterali pure in mattoni, sostituite da una semplice ringhiera in ferro. Un ulteriore restauro, concluso nel2005, ha portato al rifacimento del manto stradale, all'eliminazione delle ringhiere in ferro e al ripristino delle spalline laterali in mattoni.
Castello di Ribano
Situato sul colle di Ribano a sud di Savignano, il castello è in realtà una curtis o casa padronale fortificata di età medievale (è citata in un documento del XII secolo). Già proprietà della chiesa ravennate, passò ai monaci camaldolesi che nel Cinquecento l'ampliarono e lo ristrutturarono, usandolo come dipendenza del loro convento di Ravenna. La presenza dei camaldolesi a Ribano terminò nel 1797 con l'invasione napoleonica; i beni ecclesiastici vennero espropriati e venduti a privati. Il castello con la rivoluzione francese passò di mano in mano fino al conte Gioachino Rasponi, nipote del re di Napoli, e, attraverso diversi matrimoni, all'attuale proprietario dottor Giovanni Colonna principe di Paliano, nipote del conte Gianbattista Spalletti. Oggi il castello di Ribano ha ritrovato nuova vita come sede di un'importante azienda enologica che continua una tradizione, probabilmente millenaria, di produzione di uve e di vini pregiati in questa zona.
Palazzo Comunale]
Costruito tra il 1762 e il 1774 sulla “Piazza Nuova” (oggi Piazza Borghesi) aveva insieme a questa lo scopo di dotare Savignano di un nuovo centro politico e civile risultando ormai troppo angusto lo spazio all'interno dello storico castello posto nei pressi del fiume Rubicone. Al Palazzo Comunale sulla stessa piazza si affiancarono altri edifici pubblici: il Palazzo Pretoriale, il Magazzino dell'Abbondanza e fu inoltre innalzata la torre civicaquadrangolare con campanone. Elementi caratteristici del Palazzo comunale sono: il porticato antistante con lapidi storiche, la cimasa con il grande quadrante dell'orologio e la torre civica.
Monte di Pietà
Fu istituito nel 1551, quando tal Stefano Rissini lasciò in eredità sei tornature di terreno per la creazione di un monte di pietà. Nel 1566 i Rangoni, feudatari del luogo durante il periodo di dominazione della Santa Sede, autorizzarono l'apertura del banco, che però iniziò ad operare solo nel 1581. Nel 1617 venne trasferito in quella che poi divenne la sede definitiva. L'edificio, dopo anni di abbandono, è stato recentemente restaurato. Interessante è lo portale che riporta ancora la scritta Sacer Mons Pietatis (nell'architrave). Attualmente l'edificio fa parte del complesso della biblioteca comunale.
Villa “La Rotonda” dei marchesi Guidi Di Bagno
Costruita nel 1821 su disegno di Leandro Marconi che si è ispirato al modello delle ville palladiane, sorge sul colle di Castelvecchio all'interno di un grande parco. Fu al centro di eventi bellici della seconda guerra mondiale(battaglia di Castelvecchio) e riportò notevoli danni dai bombardamenti, ma fu poi completamente restaurata.


Villa Perticari
Di fianco alla Chiesa della Madonna Rossa vi sono i resti della villa dove nacque e visse Giulio Perticari, letterato e studioso a cui si deve fra l'altro la creazione dell'Accademia dei Filopatridi. La villa ospitò vari personaggi illustri, fra i quali ricordiamo il poeta George Byron, Gioacchino Murat, re di Napoli, e papa Pio VII. Lasciata per anni in un indecoroso abbandono, oggi si presenta completamente restaurata.
Villa Rasponi
Conosciuta anche come "Villa Spalletti", fu probabilmente costruita attorno al 1759, quando la nobile famiglia ravennate Del Sale ricevette in eredità vasti terreni nella zona. Da questa passò in seguito alla famiglia Rasponi, che provvide ad ampliarla fra il 1820 ed il 1825 con l'aggiunta di due brevi ali più arretrate rispetto all'edificio originario. Durante la seconda guerra mondiale la villa subì pesanti bombardamenti, ma fu fedelmente restaurata dopo il conflitto. Il palazzo, immerso in un parco all'inglese di circa sei ettari, è un edificio di due piani terminante con un timpano triangolare, motivo che si ripete sopra tutte le finestre del primo piano. Gli interni, riccamente decorati (in particolare il salone centrale, ora adibito a biblioteca), conservano ancora numerosi oggetti appartenuti ai Del Sale, ai Rasponi ed ai Murat (un esponente della famiglia Rasponi, Giulio, sposò Luisa Murat, figlia di Gioacchino, re di Napoli). Attualmente di proprietà del Principe Colonna di Paliano.
Villa Bilancioni
La villa si trova in corso Perticari e confina con l'istituto educativo Merlara, l'ospedale Santa Colomba e la via Emilia. Gravemente danneggiata del terribile bombardamento cui fu sottoposto il paese nell'ottobre 1944, ha portato per decenni i segni della guerra ed è stata recentemente restaurata. La villa comprende anche un parco di 5.000 metri quadrati.
Villa di Secondo Casadei
Situata in via della Pace 22, è stata la residenza del maestro Secondo Casadei, autore di "Romagna mia" dal 1956, fino al 1971, anno della sua scomparsa. Su appuntamento, è possibile visitarne lo studio in cui ha composto molti dei suoi 1048 brani.
Chiesa Insigne Collegiata di Santa Lucia
L'attuale chiesa posta sulla piazza centrale della città (piazza Borghesi) fu costruita fra il 1732 e il 1749, ma una precedente chiesa di Santa Lucia (protettrice della città insieme a San Rocco) esisteva fin dal XIV secolo. Raccolse molte delle prerogative che anticamente erano proprie della pieve di San Giovanni in Compito diventando la chiesa più importante della città. Opere d'arte presenti nella chiesa: “Martirio di Santa Lucia” di Sebastiano Ceccarini (1746); “Beata Vergine del Rosario” di Ubaldo Gandolfi (1775); statua in alabastro di Santa Lucia di autore ignoto.
Pieve di San Giovanni in Compito
L'aspetto attuale si deve alla costruzione dell'XI secolo, quando la pieve sostituì una precedente chiesa che un papiro ravennate ricorda già consacrata al culto di San Giovanni nel VII secolo. La facciata si presenta con semplice struttura a capanna conclusa da tetto a doppio spiovente con una monofora e bifora sopra la porta. L'interno è organizzato in un'unica navata conclusa da abside rettilinea, anche se scavi recenti hanno rivelato un'originaria abside circolare a cripta.
L'interno presenta materiali di grande interesse: una serie di capitelli decorati a trapano con motivi a forma di foglia di vite e acanto (simbolo d'immortalità dell'anima e desunta dal repertorio decorativo della scultura classica), figure fitomorfe diverse sulle quattro facce dei capitelli, grappoli d'uva, simbologia cristiana di origine bizantina. Sulla sinistra, entrando si trova il piccolo battistero dove si conserva uno dei blocchi dell'antico ponte romano riutilizzato come fonte battesimale. Sempre di origine romana è la soglia d'ingresso in pietra rosa di Verona, probabilmente proveniente da un monumento funebre di origine romana.
Anche la mensa d'altare, in cui sono ancora leggibili delle iscrizioni, è di età romana, di competenza di una sepoltura. Materiale di reimpiego è visibile anche in facciata, in particolare un frammento di capitello decorato con motivi vegetali. Infine, in facciata un interessante architrave con motivo a treccia fu elaborato molto probabilmente da maestranze colte, in un periodo che possiamo fare coincidere con la costruzione dell'antica pieve, ossia l'XI secolo.
Chiesa di San Salvatore (detta del Suffragio)
La chiesa del Suffragio o di San Salvatore fu costruita dalla Compagnia del SS. Sacramento nel 1644 e subito chiamata del Suffragio per la presenza dal 1655 anche della Compagnia del Suffragio. Ottenuto lo "ius seppelliendi", il diritto di seppellirvi i morti, i suoi vasti sotterranei divennero luogo di sepoltura per molti membri delle Compagnie. Negli ultimi lavori di restauro hanno suscitato grande interesse gli scavi sepolcrali e le tombe ritrovate. Opere d'arte presenti nella chiesa: “S. Giuseppe morente ” di Cesare Pronti (1656), “La circoncisione di Gesù”, opera di Giuseppe Bartolini pittore di Imola e datato 1698; “La Madonna e S. Nicola che intercedono per le anime del Purgatorio”, di attribuzione incerta. Nella chiesa è collocato dal 1766 un pregevole organo Nacchini-Dacci. Di recente è stato ristrutturato il tetto della suddetta chiesa.
Chiesa di San Rocco
Per scongiurare la peste, i cittadini e le autorità di Savignano si accordarono nel 1539 per erigere una cappella votiva in onore di San Rocco di cui si ricordava il passaggio in Savignano. In un altare laterale fu posto uncrocifisso in legno, di epoca incerta, ma molto antico, la cui collocazione nella chiesa risulta accertata fin dalla metà del Settecento. Per la grande devozione popolare verso questo crocifisso oggi la chiesa è chiamata anche di Santa Croce, e fin dalla metà dell'Ottocento si cominciò ogni anno a portare in processione la venerata immagine per le vie della città. Tra le altre opere presenti nella chiesa, si segnala il San Francesco d'Assisi mentre riceve le stimmate del pittore forlivese Antonio Fanzaresi.
Chiesa della Santissima Trinità (detta della Madonna Rossa)
Fu fatta costruire nel 1562 sul luogo dove prima sorgeva una celletta con l'immagine della Madonna Addolorata (l'affresco originario è conservato nell'attuale sagrestia). È nota come “Chiesa della Madonna Rossa” perché fin dall'origine fu rivestita con intonaco di colore rossastro. La chiesa fu affidata ai frati gerolomini che pian piano vi costruirono un convento. Quando alla fine del Settecento finalmente il convento aveva raggiunto il suo pieno sviluppo, l'ordine fu soppresso da Napoleone e i beni confiscati. Acquistato dal Comune, questo vi trasferì la sede dell'ospedale, conservando però intatta la chiesetta della Madonna Rossa. Opere d'arte presenti nella chiesa: “Madonna col Bambino e il beato Simone” di Marco Benfiale (1743). A causa della forte umidità è stata ristrutturata (2009/2010) sia all'esterno che all'interno.
Chiesa di San Benedetto
La chiesa di San Benedetto è sorta accanto al monastero dei camaldolesi, situato lungo l'attuale corso Vendemini. La presenza dei camaldolesi ebbe inizio con un eremo nella zona di Fiumicino, risalente al 1206. La loro permanenza però non durò a lungo: il monastero infatti fu soppresso nel 1461 da Pio II, in seguito a un interdetto non rispettato dall'abate. Per un certo periodo fu sede della confraternita del S.S. Sacramento. Nel 1643 fu demolita per essere poi ricostruita nel 1669, come attesta l'iscrizione incisa sull'altare in marmo rosso di Verona. Quella costruzione, fra varie vicende e passaggi di proprietà, è la stessa che è giunta fino a noi.
Chiesa di Santa Maria Delle Grazie
La storia di questo edificio sacro chiesa deve essere messa in relazione con la storia dell'eremita Salimbene che tra la fine del XII e l'inizio del XIII secolo, avrebbe scelto, come luogo di eremitaggio, proprio la zona di Fiumicino. La prima citazione relativa all'eremo risale al 1206, nel Trecento esso dipendeva certamente dal monastero di S. Benedetto gestito dai frati camaldolesi e aveva una piccola chiesa annessa. Nel 1461 i frati vennero allontanati ed entrambi i luoghi sacri furono occupati dagli Eremitani di S. Agostino di Cesena che promossero la costruzione della chiesa dedicata ala culto della Vergine Maria, forse nel 1513. La data viene desunta da quella incisa su una delle campane del campanile del sacro edificio, che riporta la dicitura "Ave Maria liberatrix" che potrebbe far supporre l'effettiva ricostruzione dell'edificio sacro con conseguente cambiamento di dedicazione. Una serie di lavori di restauro furono certamente promossi negli anni 1580 e 1645.
Chiesa della Natività di Maria Santissima
La chiesa fu edificata sul poggio in cui venne costruito il castello vecchio di Savignano, per comodità della popolazione che vi abitava; la più antica testimonianza della chiesa risale al 1232. Dipendente all'inizio dalla chiesa diSan Giovanni, fu elevata a parrocchia e dedicatata alla Natività di Maria nel 1550. Nel Cinquecento la chiesa era dotata di sei altari in uno dei quali era conservata un'antica immagine della Madonna. La chiesa fu rinnovata nelSettecento. Pesantemente lesionata durante l'ultimo conflitto bellico è stata successivamente restaurata.
Chiesa del Cuore Immacolato di Maria
La chiesa sorge nella zona occidentale di Savignano, conosciuta come zona "Cesare". Il forte sviluppo urbanistico dell'area a partire dagli anni sessanta fu alla base di decisione di erigere una nuova chiesa, su suggerimento dell'allora parroco di S.Lucia mons. Riccardo Cesari. Il progetto per la costruzione dell'edificio sacro fu affidato al celebre architetto Ilario Fioravanti. I lavori, cominciati nel 1979 terminarono due anni più tardi. La chiesa di forma esagonale si presenta, all'interno, molto accogliente adatta ad esprimere l'idea di unità della comunità cristiana dei fedeli.
Chiesa della Madonna della Pietà

Antica chiesa ristrutturata all'interno con immagine della Madonna della pietà di Michelangelo
LA VALLE DEL RUBICONE E LA SUA STORIA
Era una notte di gennaio dell’anno 49 a.C. quando Giulio Cesare, vincitore contro i Galli, decise di disubbidire alle leggi di Roma e di attraversare con il suo esercito il fiume Rubicone, dando così inizio all’impero romano. E da allora la frase Alea iacta est, che leggenda vuole pronunciata sulle sponde del fiume, è rimasta a segnare la linea di confine insuperabile, in tutte le occasioni.
Il ponte romano di Savignano sul Rubicone è l’inizio ideale di questo itinerario alla scoperta dei secoli di storia che convivono in questo territorio.
Nella vicina località del Compito, il Museo Archeologico Franchini custodisce importanti testimonianze del periodo romano, che vedeva il Compito come importante stazione di posta lungo la trafficata (già allora!) Via Emilia.
Proseguendo il nostro percorso nella storia, arriviamo al Medioevo e Longiano è sicuramente uno dei più degni rappresentanti di questa epoca. Il suo borgo fortificato, con ancora i bastioni e le tre porte di accesso, è un intrico di viuzze e piccole scalette che conducono alla sommità del colle: qui ci attende, imponente e solenne il Castello Malatestiano, posto a guardia della pianura sottostante e al tempo stesso elegante dimora signorile.
Un tuffo nei drammatici episodi della storia più recente ce lo regala la visita al Rifugio bellico sotterraneo, lungo tunnel che attraversa per intero il colle di Longiano, costruito durante la Seconda Guerra Mondiale per difendersi dagli attacchi aerei alleati.

Tornando al Medioevo e alle sue splendide testimonianze, non potevamo dimenticarci di Montiano e della sua rocca, anch’essa posta a guardia del confine tra i territori di Rimini e Cesena e trasformata alla fine del ‘500 in elegante residenza. Qui, come nella maggior parte dei paesi di questa Valle, regnarono i Malatesta, bellicosi feudatari che hanno lasciato un’impronta indelebile sia nei grandi che nei piccoli centri della Romagna.
A pochi chilometri sorge il Castello di Montenovo, antica fortificazione malatestiana, è oggi elegante ristorante dall’incredibile panorama.
Nelle immediate vicinanze, incontriamo Sorrivoli e Monteleone, appartenenti al Comune di Roncofreddo, che con i loro castelli ancora circondati da mura e ottimamente conservati, sono una tappa sicuramente esplicativa della storia dei Malatesta.
Dall’unione di tre castelli è nato Borghi, piccolo avamposto a guardia dei fiumi Rubicone e Uso e ancora cinto da robuste mura quattrocentesche. Ma la storia fa un passo indietro se andiamo a visitare il Museo Renzi, nella vicina frazione di San Giovanni in Galilea, allestito all’interno di ciò che rimane dell’antica Rocca Malatestiana.
Qui troveremo importanti testimonianze sia della Civiltà Villanoviana che di quella Romana, senza dimenticarci della più recente storia medievale.
L’ultima parte del nostro viaggio ci riporta ancora una volta al Medioevo e alla storia più recente. 
La ricerca delle tracce dei Malatesta non poteva non toccare il territorio di Roncofreddo.
Dopo gli irrinunciabili Sorrivoli e Monteleone, per chi vuole invece scoprire il volto di uno dei pochi Malatesta illuminati, sarà una vera e propria delizia visitare il Tempio Malatestiano di Montecodruzzo, al cui intero è conservato una pala d’altare raffigurante la Madonna, con Giacomo Malatesta e la sua famiglia. Il nobile Giacomo era marchese di Roncofreddo e signore di Montiano, oltre che feudatario di una buona parte della Valle del Rubicone: governante illuminato e mecenate sensibile, arricchì ed ampliò i suoi castelli e fu molto amato dai suoi sudditi.
A Roncofreddo capoluogo troviamo, invece, il primo museo dedicato al passaggio del fronte durante la Seconda Guerra Mondiale. Grazie alla passione di un privato cittadino, possiamo preservare la memoria di quei giorni, attraverso reperti e suppellettili, per lo più trovati nel territorio comunale.
Anche il Museo della Linea Christa, allestito nel piano seminterrato di Palazzo Marcosanti Ripa a Sogliano è il frutto dell’appassionata dedizione di privati cittadini, che hanno raccolto negli anni oggetti e testimonianze della guerra nella Valle del Rubicone.
Ma qui, per chi se la sente, si può rivivere la drammatica esperienza di un momento di storia: il museo, infatti, è completato dalla ricostruzione di un rifugio antiaereo, che, attraverso realistici effetti sonori, faranno capire al temerario visitatore l”emozione” di un bombardamento alleato in tempi di guerra.
Per finire questo lungo viaggio nella storia, non ci resta che tornare al punto di partenza: sulle sponde di quel Rubicone che tanto ha segnato i destini di questa terra. Nella vicina frazione di Strigara, dove ancora si trovano gli ultimi resti di una rocca malatestiana, possiamo andare alla ricerca delle sorgenti di questo storico fiume e concludere il nostro viaggio nel tempo con una facile e rilassante passeggiata nel verde.
«Io la giro, e le attizzo con le molle il fuoco sotto, finché stride invasa dal color mite e si rigonfia in bolle; e l'odor di pane empie la casa... ». Così Giovanni Pascoli elogiava la piadina, alimento antico quasi quanto l'uomo. E chi meglio del grande poeta, nato proprio in terra di Romagna, poteva decantarne le sue lodi? La piadina, ieri cibo dei poveri, oggi, apprezzata anche dai palati più raffinati, con il suo profumo di pane vi accompagnerà in ogni momento della vostra passeggiata, alla scoperta di una Romagna poco conosciuta, quella dei piccoli borghi delle Terre del Rubicone.

Sono lì, poco lontane dalla costa del divertimentificio della riviera. E si vogliono far conoscere e apprezzare. Raggiungere questa Romagna più silenziosa e sconosciuta, ricca di storia, di tradizioni culinarie e artigianali, da qualche settimana, è ancora più facile, grazie all'apertura di un nuovo casello autostradale molto particolare. Sull'A14 tra Cesena e Rimini Nord, nel tabellone verde che solitamente indica la città d'uscita, vi è una vera novità: la scritta "Valle del Rubicone". Non una destinazione comunale ma un distretto che comprende sei paesi: Borghi, Longiano, Montiano, Savignano e Sogliano sul Rubicone, Roncofreddo.
Le terre del Rubicone sono il posto giusto per poter staccare dai ritmi frenetici della città fatta di un paesaggio collinare punteggiato da borghi, rocche e pievi. Terre da scoprire e da vivere lentamente. Cominciando con il primo paese che si incontra ancora a valle, quasi rannicchiato, Savignano sul Rubicone, ricco di tradizioni storiche e culturali e ben noto in tutto il mondo, per la frase di Giulio Cesare che lo attraversò nel 49 a.C. pronunciando le parole famose "Alea iacta est", il dado è tratto, proclamandosi nemico di Roma. Qui vicino al ponte romano si trova una statua in bronzo del famoso condottiero, a rimarcare l'importanza del posto.
Ma è quando si comincia a salire, seguendo i percorsi tortuosi e lenti sulle colline, a volte dolci e a volte aspre, che si apprezzano meglio queste terre. E mentre il mare è lì all'orizzonte e a volte pare quasi toccarlo, il profumo della pié, pjida, pieda o pji, nelle varianti dialettali, della piadina, non vi abbandonerà mai. La si prepara in tutte le case. E sarà lì su ogni tavola ad aspettarvi fumante,  insieme al sangiovese, detto anche sangue di Giove, le cui viti sono coltivate fra le colline fatte di tufo e argilla. Le distese di vigneti che danno poi vita a questo vino dal colore rosso rubino che "t'aiuta a gettar via tutte le malinconie", vengono interrotte dagli olivi secolari della varietà del correggiolo, il leccino e il selvatico.
Continuando la scoperta, ammaliati dai colori di una natura meravigliosa, come quella del comune di Montiano, definito il colle più bello della Romagna, si arriva a Longiano. Il paese spicca sulla cima di una roccia coronata da un'imponente fortezza, il castello Malatestiano che domina, con l'eleganza della sua mole, su tutto il borgo. Dalla sua torre civica, lascia senza fiato la vista sulla via Emilia e sulla vicina riviera adriatica. Affascinante e integro il piccolo centro, racchiuso da una cinta muraria entro la quale si accede da tre diverse porte. In questo piccolo paese si trovano un centro culturale, la Fondazione Tito Balestra, che ha sede nel castello, diversi musei, per fare il pieno di storia (museo d'Arte Sacra, Museo della Ghisa, Museo del Territorio, Galleria delle Maschere)  e un ottocentesco teatro, una vera chicca, il Petrella che ha visto nei suoi anni di vita (inaugurato nel 1870) scalare la scena dei maggiori artisti nazionali e che, ancora oggi, è palcoscenico di una ricca programmazione.
Per continuare il percorso culturale, fate un salto al Museo Renzi che si trova in una piccolissima frazione del comune di Borghi, a San Giovanni in Galilea. Nella Rocca, dove ha sede il museo, sono esposti numerosi materiali naturalistici, archeologici e artistici del territorio e poco lontano dal borgo vi è un parco archeologico con i resti dell'antica pieve bizantina risalente al VI sec. d.C. Poco più avanti vi aspetta il territorio di Roncofreddo. Degli otto castelli che un tempo punteggiavano il suo paesaggio, oggi ne sono rimasti  pochi. Fra questi Monteleone, abbarbicato su una delle lievi colline. Continuando, un rosario di curve e saliscendi ci porta a Sogliano sul Rubicone. Qui il profumo della piadina sarà rimpiazzato da nuove fragranze che provengono dalla terra, o meglio da fosse di roccia arenaria che una volta aperte restituiscono uno tra i prodotti più sorprendenti della tradizione italiana, il formaggio di fossa. A lui è dedicata  la sagra più attesa dell'anno. L'appuntamento con l'evento goloso che richiama estimatori da ogni parte d'Italia è per domenica due dicembre.
Nella piccola frazione di Sogliano, a Montetiffi, si rimane ammaliati dal fascino dell'abbazia benedettina, fra i monumenti romanici più importanti dell'Emilia Romagna per antichità e bellezza. Una curiosità? Il suo campanile si staglia verso il cielo per ben 21 metri. Ma Montetiffi è soprattutto il paese dei tegliai. E lo sapeva bene anche il Pascoli: «fosse pur là dove è maestra gente in far teglie sotto cui bel bello scoppietti il pungitopo e la ginestra, a Montetiffi». Cosa sono? Piatti di argilla, che secondo una tradizione plurisecolare, servono per la cottura della piadina. Vengono prodotte ancora a mano da Rossella e Maurizio, usando un impasto di argille della zona e cotte nel forno a legna. È tutto qui il segreto delle terre del Rubicone. Nella semplicità. Proprio come la piadina: semplice quanto buona, fatta di un morbido impasto di farina, acqua, strutto, sale e un pizzico di bicarbonato, spianata col matterello e cucinata appunto in queste teglie di argilla.
10 gennaio, 49 a.C. Giulio Cesare, di ritorno dalla Gallia, a capo di un esercito di 50.000 uomini, si ferma sul Rubicone: al di là del fiume inizia il territorio dello stato romano. Esita un momento, poi decide di varcarlo: “Alea iacta est”, il dado è tratto. La ribellione contro Roma ha inizio. Qualcuno, nei pressi di Savignano sul Rubicone, giura di aver trovato proprio quel dado: chissà che Cesare, oltre alle parole, non abbia sancito il passaggio anche con un lancio. Certamente, quale che sia la verità, nel territorio le testimonianze storiche non mancano. La valle del Rubicone, in provincia di Forlì-Cesena, si trova nel Sud della Romagna, a metà strada tra Cesena e Rimini. Dal mare verso i rilievi appenninici, si estende in un paesaggio ondulato di colline, calanchi, vigneti e corsi d’acqua. LA ROMAGNA SOLATIA DI GIOVANNI PASCOLI. Si parte un paio di chilometri prima di Savignano, direzione mare, da San Mauro Pascoli, luogo natale del poeta: “Il paese ove, andando, ci accompagna l'azzurra vision di San Marino”. E’ l’orizzonte che si apre da Villa Torlonia, tenuta al limite esterno del paese, parte dei possedimenti rurali dell’omonima famiglia, amministrati un tempo dal padre di Giovanni Pascoli. Qui, il 10 agosto 1867, Giovanni, bambino, vide arrivare la “cavallina storna” che riportava a casa il corpo del padre assassinato. La famiglia dovette così fare ritorno alla propria casa, nel centro del paese, oggi visitabile (per informazioni, link in basso).
Attraversando la via Emilia, oltrepassato il centro abitato di Savignano, si raggiunge il paese di Longiano, sulle prime alture, uno dei borghi più belli e panoramici del territorio. Il miglior punto di osservazione è il Castello malatestiano, sulla cima del colle. L’interno è sede della Fondazione Tito Balestra, collezione di arte moderna e contemporanea del poeta e scrittore longianese: oltre duemila opere del Novecento, la più consistente della regione. Mafai, De Pisis, Guttuso, Morandi, Chagall, Goya, Kokoschka e Matisse, solo alcuni degli artisti presenti (per informazioni, link in basso). Passeggiando per le vie del paese s’incontrano chiese e musei. Interessante il Museo della Ghisa, con duecento manufatti prodotti tra Ottocento e Novecento: lampioni, fontane, panchine o balaustre decorate esposti in diversi e suggestivi spazi. Da non perdere il Teatro Petrella, piccola sala ottocentesca che offre anche un ricco cartellone di musica e spettacoli (per informazioni, link in basso).

Risalendo la vallata si incrociano i piccoli borghi di Monteleone e Sorrivoli, sedi di imponenti rocche malatestiane fortificate, perfettamente conservate. Alcuni studiosi riconoscono nel torrente Pisciatello o Urgone, che scorre tra i due paesini, l’antico Rubicone, ma la diatriba è ancora aperta: diversi paesi rivendicano la paternità del fiume che per cause naturali e artificiali cambiò il suo corso più volte negli anni. Le sorgenti hanno origine a Strigara, frazione di Sogliano al Rubicone. Giunti qui, tornano ancora le parole di Giovanni Pascoli, legato a questo “piccolo grandemente amato paese di Romagna”, del quale divenne cittadino onorario. Per le strade di Sogliano il poeta passeggiava con le sorelle Ida e Maria, educande al Monastero delle suore, e da questi luoghi trasse ispirazione per diverse liriche. DOMINARE LA VALLE. Da Sogliano, deviando verso il fiume Uso, si raggiunge San Giovanni in Galilea, frazione del comune di Borghi. Arroccato su una cima aguzza, gode di una posizione strategica: da qui la vista spazia sull’intera vallata e per molti chilometri lungo il litorale adriatico. Ancora visibili i resti del castello e delle mura quattrocentesche. Una sosta merita anche il Museo Renzi, dove sono esposti reperti dalla paleontologia all’età moderna, con particolare attenzione alla civiltà villanoviana e all’epoca romana.


Proseguendo lungo il fiume Uso, ci si imbatte in borghi quasi abbandonati come Pietra dell’Uso e, poco più in alto, Montetiffi. Da visitare l’antica Abbazia Benedettina di San Leonardo, chiesa romanica dell’XI secolo. Prendendo la via della Rupe, un sentiero scavato nella roccia, si scende fino a un torrente del fiume Uso dove i ciottoli e l’acqua hanno scavato ampie cavità, le Marmitte dei giganti. Lungo il percorso s’incontrano il Ponte Romanico, di epoca medievale, e i resti dell’antico Molino Tornani, costruito in arenaria locale. Montetiffi è noto anche per la produzione di teglie in argilla per cuocere la piadina, una tradizione risalente al 1500. Un oggetto unico, che oggi si può trovare solo qui, nel laboratorio della famiglia Camilletti, ultimo ancora attivo.